ENRICO MEDI E IL SENSO CRISTIANO DEL DOLORE

di Luigi Finocchietti

Il prof. Enrico Medi (Porto Recanati, 1911 – Roma, 1974) è stato un fisico italiano, accademico, politico e uomo di Dio, divulgatore e voce profetica.  Il 26 maggio 1995 la Diocesi di Senigallia ha introdotto la Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Prof. Enrico Medi.

Ho provveduto a trascrivere ampi stralci di un meraviglioso discorso tenuto nei primi anni ’70 nella città di Bologna, apponendovi alcuni titoli esplicativi nel corpo del testo.

In questo inarrestabile, poetico, appassionato flusso di parole, pensieri e preghiere viene affrontato il tema fondamentale dell’esperienza del dolore, intimamente connesso al cammino che conduce alla vera Pace, alla vera Gioia, alla vera Luce. Uno dei molti testamenti spirituali di un grande uomo che di lì a pochi anni (nel 1974) avrebbe ricongiunto la propria anima al Creatore.

***

Cara mia gente di questa stupenda città di Bologna, tanto vicina al mio cuore perché questa è la città dove mio padre si è laureato, lui che è diventato professore di pediatria a Roma (…), questa città che tanta storia (…) e anche tanta sofferenza ha dovuto subire, e voi venite qui questa sera a sentire la parola di un poveretto (…) e ci sentiamo (…) un po’ scolabrodo fatti tutti di buchi in cui i pieni se non li riempie il Signore manco quelli ci stanno, quindi siamo un po’ un buco fatto nel vuoto circondato di niente. Con questo si potrebbe diventare benissimo ministro, vero? (…risate e applausi…) Senza nessuna allusione a fatti realmente esistenti… (…). Quindi prendetela come le campanelle del Venerdì Santo la mia povera parola, fanno ciac, ciac e ciac, ma ricordano la morte del Signore.

Testimonianze dalle lettere

“Professore, sono vent’anni che io sono a letto immobile, poi quest’anno ne ho avuta una dietro l’altra: mi è morto un fratello in un incidente di macchina, mio cognato malato di cancro, sono rimasta sola, c’è una bambina la mia nipotina e la mamma della nipotina. Professore non ne posso più, io credo al Signore, io prego ma in certi momenti la mia fede vacilla, questa povera fine, professore, lei mi aiuti”. L’ho sentita al 3131: “Cosa può dirmi?”.

“Professore, noi siamo un papà e una mamma, il nostro figliolo va a scuola. Sapesse che sofferenza vedere tornare questo bambino di sette anni che a scuola ha imparato che la Bibbia è falsa, che Dio non esiste, che il mondo è nato da sé. Noi preferiamo morir di fame piuttosto che il nostro bimbo venga maleducato. Io non ho fatto la terza elementare, questa lettera prima di scriverla l’ho stracciata otto volte, avevo paura. Mio marito è bracciante, qualche volta lavora e qualche volta no, ma questo non ce ne importa nulla, quello che importa è che al di sopra del dolore il nostro bambino diventi buono”.

“Professore, mi è morta una bambina di sette anni nel mese di gennaio. Ogni giorno stringo quel letto. Mi dica, mi dica, la rivedrò? È vero che c’è il Paradiso? Posso riabbracciare la mia bambina? Io sono disperata, mi dica lei una parola (…)”.

E così arrivano ogni giorno decine e decine di lettere, da tutte le parti, da tutti i livelli, da tutte le quote diciamo, a un pover uomo papà di famiglia come me, ma è così commovente Signore sentire l’eco di questo dolore: “sono trent’anni che sono a letto, ma il Signore me li ha fatti trascorrere come trenta giorni, perché i miei anni di dolore se li è presi Lui. Professore, io li offro per chi non vuole e non sa soffrire”.

Il perché di Dio

Cari fratelli e sorelle di Bologna, io nella vita ho sofferto tanto poco, forse tutti hanno sofferto tanto poco in confronto al dolore vero e assoluto, ma è certo che in questo silenzio stupendo, in questa grande sala, in questo glorioso convento, non c’è cosa più bella e consolante che parlare della Croce. Questa Croce che l’abbiamo dimenticata. Questa Croce che se non spalancasse le braccia sul mondo il mondo sarebbe distrutto. Questa Croce che una sola cosa forma con Colui che è il Crocifisso. E noi questa sera Signore in nobiltà e miseria vogliamo meditare sul dolore. Ricordatelo, che il Tuo apostolo Paolo, tanti anni fa, diciannove anni fa l’ha detto, lo scandalo della Croce! (…) E perché Signore hai accettato questa morte di Croce, che cosa è il dolore? Vero padre? Sull’aereo parlavamo (…). Che cos’è questo dolore? Perché c’è il dolore? Dicevo al padre, unendo la domanda e la risposta, non poniamo i perché a Dio. A Dio non si pongono i perché. È certo che voi facendo lezioni di teologia li dovete mettere i perché (…) Bisogna pur dire qualche cosa, e allora si domanda e si dice perché, perché, perché…Iddio non ha perché. Se avesse un perché, vero padre …lo dicevamo in aereo, quel perché sarebbe superiore a Dio. Lui è IL Perché! E non ha da giustificarsi di nulla, è Lui che è così. (…) A questo pensiero noi ci siamo disabituati cari fratelli (…). Il problema del perché di Dio, quando abbiam perso Dio ci domandiamo i perché. Quando Lo abbiamo trovato e L’amiamo, non Gli domandiamo nessun perché. L’uomo innamorato non domanda mai il perché a colei che ama, e colei che ama se veramente ama non domanda il perché. Quando si comincia a domandare il perché, si comincia ad incrinare qualche cosa. È questa la caratteristica del dono, della dedizione, dell’amore. Quindi se prima di parlar dell’amore io miseramente a voi gente di Bologna voglio parlar di Dio, è perché soltanto di Dio parlando il dolore si comprende. Altrimenti non si comprende. È inutile porci delle questioni nelle quali la mente umana è talmente inferiore, che non è in grado di rispondere. (…).

La limitatezza della dimostrazione

Questo lo dico in un mondo moderno, che vuole spiegare tutto e crede solo a quello che è spiegato e dimostrato. (…) Dimostrare, dimostrare, dimostrare! Bene ve lo dico e non ne abbiate scandalo, ma siete così intelligenti, che la dimostrazione – attenti bene eh – è un segno di grandezza dell’intelligenza umana, ma di limitatezza nello stesso tempo della stessa umana intelligenza. Cosa vuol dire dimostrare? Rendere, cioè mostrare, rendere evidente mediante cose che già lo sono ciò che evidente non è. E c’è tanto più bisogno di dimostrazione quanto meno è elevata la conoscenza e la visione delle cose. Chi vede non ha bisogno che si dimostri. (…) Io posso essere come sono professore di geofisica e di meteorologia, una specie di Bernacca in piccole proporzioni (risate), ma se in questo momento facendo i calcoli del fronte caldo, del fronte freddo…concludo che nell’aria di Bologna piove e viene giù l’uragano, e invece una donna, un ragazzino, uno di voi esce fuori, guarda il cielo e mi dice ci sono le stelle, per me conta molto di più il ragazzino che dice che ci son le stelle del prof. Medi che ha dimostrato che c’è tempesta. Quindi attenti bene a questo, che tante volte si dice: “ma la fede della persona ignorante, ma la fede della persona non istruita, invece il valore della persona colta”, no, non significa niente, se quella vede e quell’altra ha gli occhi chiusi, la testa grossa ma vuota di pieno o pieno di vuoto, io preferisco chi ha gli occhi aperti. (…). Man mano che sale l’intelletto tanto meno ha bisogno di dimostrare le cose che a lui si mostrano.

L’altra cosa è la ricerca delle prove …cioè si devono rendere per forza difficili le cose più semplici. (…) Noi abbiamo gli abiti semplici (…), però lo Spirito dentro è diventato di una complicazione che non si sa (…). A cominciare dalla difficoltà delle parole (…), ma tutto questo che cosa indica, un travaglio interno per il quale non riuscendo ad afferrare nella chiarezza, nelle profondità o il sentimento interno o quello degli altri si gira intorno con una complicazione di una psicologia immanente nella metafisica espande in senso ecumenico attraverso il cultuale che rientra nella socialità della psicologia intrinseca [risate e applausi]…guardate, tutto questo vien da ridere, vien da piangere, vien da piangere, perché in questo modo non riusciamo più a capirci. Il nostro linguaggio, il nostro contatto umano, chiamatelo come volete, perde significato.

Che cos’è l’amore?

E allora con questo linguaggio vorrei dire a voi una cosa: per capire…per meditare sul dolore è indispensabile meditar sull’amore. Che cos’è l’amore? Ah, se lo potessi definire lo definirei soltanto come San Giovanni: l’amore è Dio e Dio è amore. (…) L’amore è diciamo l’impronta, l’emblema, il sigillo, lo schema, direi l’archetipo per il quale si può dire che veramente Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. (…) Ma l’amor totale di Dio, dovendo in un certo senso trasfondere…la totalità di Dio a Dio altro che Dio non può essere, e quindi l’amore è lo Spirito Santo…che vien donato dal Padre al Figlio, totalità di Dio che da Dio a Dio donata viene.

(…) Quindi che cos’è l’amore? L’amore è il dono totale di sé, totale, tant’è vero che si dice: io ti amo da morire. E se l’amore non ha questo senso per la natura umana della morte, non è amore totale. E come Dio non ha nessun perché … anche l’amore non ha nessun perché …, se ci fosse un perché amerei il perché non l’amore. (…) Per la creatura umana amare vuol dir morire, è un dono totale. E per essere totale, attenti, di per sé non dovrebbe chiedere neppure la risposta. “Io ti amo anche se mi disprezzi”. “Io ti amo anche se non mi ami”. “Io ti amo anche se mi tradisci”…Così la mamma anche di un assassino ama il figlio fino a morire così come Caterina da Siena raccoglieva nella sua bianca lana…la testa dell’assassino decapitato. (…) E allora amare vuol dir morire, ma poi vuol dire resurrezione, perché quando giunge la risposta è una totalità di dono che ritorna. Ed ecco in questo donar morendo e risorgere ricevendo che è il mistero della redenzione.

Le tre notti

Vi sono tre notti nella nostra liturgia, nel nostro mistero della fede: la notte dell’amore, la notte della morte e la notte della vita. Il giovedì santo, il venerdì santo e il sabato santo. Le tre notti, tutte che finiscono alle prime luci dell’alba.

La notte dell’amore totale, della pazzia di Dio, della follia di Cristo: l’Eucarestia. E io ritengo, padri domenicani, che Dio abbia creato l’universo, le stelle, i protoni e i mesoni, gli atomi e i neutroni e le galassie e le nazioni nucleari IN FUNZIONE DELL’EUCARESTIA! (…) Centro dell’universo, centro dell’amore di Dio (…). Ebbene quello che noi uomini o Signore non potevamo neppur sognare Tu l’hai fatto. E hai piegato cielo e terra (…) affinché questa natura si piegasse IMMOLANDOSI NELLA TUA ONNIPOTENZA PER DIVENTARE TE, NOSTRA CARNE E NOSTRO SANGUE, NOI TRANGUGIARE TE, TE STRITOLARE NOI, IO E TE FORMARE UNA COSA SOLA, UNA CARNE SOLA, UN SANGUE SOLO, UN AMORE SOLO, UNA SOLA FOLLIA DELL’INFINITO! Questa è l’Eucarestia [applausi], un dono di Dio, a ogni costo, senza prudenza. Il più grande imprudente dell’universo sei Tu, o Signore. (…)

Eh, ci sarebbe tanto da stare insieme a parlarne del nostro Signore. Non Lo lasciate solo e desolato, nelle chiese. Andate a trovarlo ad ogni istante, nel silenzio in una chiesa, quando non c’è nessuno; e non vi preoccupate di quello che direte o farete, è Lui che parla.

La chiamata dell’amore e la spiegazione dell’amore

Ricordo una poesia che io avevo scritto con la mia bambina, per la Prima Comunione:

“Non posso più parlare che tutto hai consumato,

Gesù mio dolce amato deh fammi addormentare,

Dammi un sorriso e l’ora e il tempo che muore e il tempo che va,

Questa è la mia dimora ci sei soltanto Tu”

(…) Ma questo dono totale viene pagato con un sacrificio strano. Voi lo sapete tutti che non era necessaria per la redenzione dell’uomo la crocifissione del Signore, bastava l’incarnazione (…) E allora perché sei morto sulla Croce o Signore? Perché hai voluto che il dono eucaristico fosse il DONO TOTALE DELL’ESSERE DIO. “Fate questo in memoria di me”. (…). Perché la Croce è il simbolo dell’amore totale quindi deve essere dolore totale. Deve essere morte, cari miei. Come è possibile? Dio tanto buono e infinitamente misericordioso che tanto ci ha amato permette nel mondo il peccato, il dolore e la morte.

“Ma lei se ne accorge quanti bambini innocenti muoiono? Ha cominciato lei a parlare…parlando di povere creature, sante creature che soffrono, che piangono, che sono martirizzate, perseguitate, calunniate; che tutta la vita non hanno avuto nessuna consolazione, altre che sono felici, che vanno bene, che hanno tutte le ricchezze e poi magari le ritroviamo in paradiso a gradire ancora…”. Ebbene, questo non è giusto! Perché il Signore che è tanto buono ha fatto questo? Perché, perché, perché…IO NON LO SO PERCHÉ! E direi non voglio saperlo. Non voglio seguire la tentazione di Adamo, e di Eva, che andarono a prendere – e io ci credo a questo – il frutto dell’albero della scienza, del bene e del male, istigati da colui che rabbioso d’invidia per la grandezza dell’uomo (…) Adamo invece di rispondere alla chiamata dell’amore cerca la SPIEGAZIONE dell’amore, dell’albero della scienza, del bene e del male. Allora non è più amore. (…) E allora parliamo in maniera semplice (…). Se l’amore dev’essere un dono, per la creatura parlo non per Dio, questo dono ha un valore squisito di poesia e di grandezza se non è dato di prepotente e per forza in modo che non possa non essere dato, ma se vien donato anche quando sarebbe stato possibile dire di no. Allora è vero amore (…). Immaginate vedere Dio, è impossibile dire non Ti amo! È violenza di natura! (…) Quindi, il Signore non si è presentato in fulgore ad Adamo ma, e questo lo sa solo Lui, quel tanto del mistero di Dio che conosce l’intimo anelito dell’animo umano che permettesse a questo Dio…ecco questa creatura mi dice: “TI AAMO! TI AAMO!”, quando poteva dirmi: “Non Ti amo!”. Voi, stelle, galassie, firmamento, luna, fiori e piante e quello che ho creato, voi non mi potete dire: “Ti amo mio Dio, Ti amo mio Dio”; mi amate per forza, seguite le mie leggi…tu rondine o anguilla che andate vagando nei cieli o negli oceani, voi dovete fare quello che voglio Io, questo non è amore. Io voglio qualcuno che vuoi raccolga, vuoi comprenda e innalzi verso di Me questo canto che inebria l’Universo. E allora come uno spasimante d’amore, l’orecchio di Dio aspetta la risposta dell’uomo e l’uomo risponde: “No!”. Da quel momento voi lo sentite crollano i cieli, si oscurano le stelle, la luce diventa una zoppicante farfalla nell’oceano in tempesta dei cieli smarriti. Un paradiso perduto. La sentite la DRAMMATICITÀ di questa scena! Questo Dio Infinito, Creatore, Onnipotente che guarda su questa terra che è un pulviscolo, ho parlato di anni luce ma, per ricordare un paragone, il sole rispetto alla sola galassia, e di galassie ce ne sono dieci miliardi, è un granello di borotalco nell’oceano Pacifico, e la terra un milione di volte più piccola del sole. Quindi questo DIO INFINITO ETERNO ONNIPOTENTE abbandona le stelle e i cieli e guarda su questo GRANELLO di polvere, su questa ZAMPETTA di virus, un MINIMO essere che si chiama uomo, e aspetta da lui la risposta dell’amore, e la risposta non viene. Ecco una tragedia …. Ma voi direte non poteva dire e impedire questo? Nella scelta – permettetemi di parlare in modo umano – nella scelta tra LA GIOIA DI AVERE L’AMORE VERO E IL RISCHIO DI NON AVERLO il Dio ha rischiato … Allora voi direte Dio ha perso. No, Dio non perde, non si applica a Lui questo concetto. Rimbalza la perdita su colui che si è distaccato. Non perde la luna l’astronauta, è l’astronauta che perde il punto di approdo.

L’amore rifiutato

(…) Dunque, Dio non ha perso la battaglia (…), perché davanti agli occhi di Dio onnipotente, lontano lontano nei secoli Lui vede due (…) due sorgenti che danno a Lui amore, gloria, amore infinito e perfetto, e sono Cristo e Maria. Cioè nei disegni di Dio (…) c’è la Persona del Suo Figliolo, eterno e a Lui consustanziale che raccoglie ciò che di più perfetto c’è nell’opera sua, il corpo dell’uomo. Meraviglia delle meraviglie. (…) E allora in questa grandezza, ecco che questa natura umana anima e corpo assunta dal Figlio di Dio DÀ GLORIA INFINITA E ETERNA AL PADRE. E accanto a Lui, la più perfetta delle creature umane (…). Maria e Cristo danno al Padre quella gloria infinita e umana (…) che l’uomo, primo uomo Adamo ha rifiutato.

E allora ecco il mistero. Con che si ripara una cosa negativa (…). La negatività dell’amore rifiutato viene ripagata con la negatività di un bene perduto, cioè il dolore. Mi capite vero? Qui c’è la mia natura, la mia salute, il mio corpo – parliamo di un fatto fisico e lo stesso vale per il morale – destinato a gioia, a benessere, a salute, addirittura all’immortalità; ecco la mia anima, per la verità, per il bene, per la gioia, per il canto e per la gloria di Dio rifiuto l’amore, viene il dolore, come compensazione di natura per una cosa mancata. E sarebbe rimasto dolore.

Ed ecco la terza notte: la Resurrezione! La Croce ci dà l’Eucarestia, la morte ci ha dato l’amore, la Resurrezione ci ridona la vita. L’Eucarestia avrebbe perso il suo valore se Cristo non fosse risorto (…) Il Cristo, e con Lui, e per Lui e in Lui Maria dicono – permettete se parlo così – all’alba dei secoli: “O Padre che sei nei cieli, io madre Immacolata nella mia concezione e nel Tuo concepirmi, o Eterna e Infinita Sapienza, io destinata ad essere Regina degli angeli, padrona e Regina dell’universo, fammi schiava, fammi umiliata, fammi serva, FAMMI DILANIATA DAL DOLORE IMMENSO SQUARCIANTE, AI PIEDI DI UNA CROCE DI MORTE DEL FIGLIO MIO, ma voglio miliardi e miliardi e miliardi di anime e di cuori che Tu hai creato per essere a noi uniti nella felicità e nell’amore, nell’amore e nella felicità PER IL MIO DOLORE SIANO CONSALVATI, CORREDENTI, e il Paradiso per loro sarà”. E allora voi vedete che questa colpa si insustanzia in un dono di infinito amore, a Maria possiamo applicarla questa parola, di un amore totale, completo, e in Cristo di amor Divino e umano affinché TUTTO il dolore riparasse tutta la mancanza d’amore…ecco la nostra fede, ecco la nostra fede.

La partecipazione al dolore Eucaristico

(…) Ebbene, ecco tutto. Muore il Figlio di Dio, muore il Figlio di Dio, il dolore che ne viene, il sangue che ne viene. E a questo sangue e a questo dolore è chiamata l’Umanità: a partecipare al dono dell’Eucarestia e a partecipare al dono del dolore, affinché…quel dolore che doveva essere riparazione, punizione, diventa la più sublime preghiera.

Signore fammi soffrire. Io non so come darti il segno del mio amore, mi verrebbe da piangere, mi verrebbe d’essere non lo so vorrei avere un pugnale uccidermi per Te, come Te fai ogni giorno nella Messa per me, ma non posso morire. Signore fammi soffrire un po’, non tanto tanto perché non gliela faccio, ma soffrire un pochino quanto mi fa bene. Ti rende più buoni, più umili, si gusta di più tutte le cose…. quando c’è un po’ di appetito Signore tutto diventa più bello. Signore dammi un po’ di dolore quanto mi fa bene, ti rende più buoni, più belli …Signore dammi un po’ di dolore, dammi un po’ di croce. Vedo qualcuno che alza gli occhi al cielo dicendo: “Signore mio, ma già soffriamo tanto e abbastanza…”. Sì, lo so (…). Vedete, la vita passa tanto, tanto rapida (…).

Passano gli anni, tutta la storia dell’umanità sono venti fotogrammi in un film che dura un anno intero, neppure si vede, la mia vita Signore appena cominciata è già al tramonto, neppure me la ricordo più.

Signore però, di questa vita che cosa resta, le lacrime che ho versato insieme con Te, l’umiliazione.., l’angoscia del mio cuore, gli abbandoni che mi hanno straziato, le speranze che ho perduto, gli insulti che ho ricevuto, gli scherni che mi hanno mandato. Signore tutto questo nel seno della terra fecondata dal Tuo amore è come il granello di senapa che pianta diventa e si moltiplica. Signore grazie, nulla è perduto, non un sospiro, non una lacrima, non un abbandono, niente niente niente perché Tu mandi i Tuoi angeli e la Tua Madre dolcissima, raccogli ogni sti[ll]a del mio sangue o il mio affannoso respirar del mio petto. O Signore grazie, grazie di quell’insuccesso, grazie di quella sofferenza, grazie di quella critica che mi hanno fatto, grazie di quell’interpretazione cattiva a un gesto che Tu sai era tanto buono. GRAZIE Signore del male che mi è venuto per colpa mia, perché noi diciamo una frase crudele e cattiva: “gli sta bene, se l’è meritato, paga la sua colpa”. Io ho più compassione di un colpevole che soffre che non di un innocente, perché l’innocente ha la consolazione spirituale ed è tanto! Il colpevole gli manca anche questo. Signore noi ci sentiamo colpevoli e sofferenti, perciò accogliamo la totalità della Tua Misericordia, senza scuse. Non Ti dico Signore perché mi fai soffrire dato che ogni mattina prego, Ti voglio bene, vado a fare conferenze, no Signore tu mi fai soffrire e io ho fatto tutto tutto per meritarmi questa sofferenza. Ma a me di merito non me ne importa niente, di giustizia non me ne importa niente, miserabile come sono io intendo solo l’abbandono nella Tua Misericordia. Tanto i miei peccati la mia miseria per quanto grandi possano essere, la Tua Misericordia è sempre più grande della miseria mia. QUESTA È LA MIA GIOIA no, la certezza che qualunque cosa faccia Signore o Signore Tu vinci sempre. (…)

Vorrei averTi offeso senza averTi offeso per sentire il sorriso del Tuo perdono e far cantare gli angeli in cielo per un peccatore che ritorna tra le braccia del Padre. (…)

Il dolore allora, il dolore è una cosa grande una cosa bella Signore, ma lo si capisce soltanto nel mistero cristiano. In questo nostro mistero, ci unisce a Te, ci confonde con Te, ci fa salire sulla Croce, e quindi diventa Croce, Eucarestia e Resurrezione. Il dolore ci avvicina ai nostri fratelli. Quand’è che vi siete di più amati? Quando vi siete incontrati per consolarvi o quando avete stretto le mani per congratularvi? Ditelo, pensate, non me lo dite a me, pensateci (…). Quando uno fa un piacere a un altro nella vita moderna ed è triste, si aspetta sempre ‘beh adesso [che] come potrò ripagarlo?’ (…) Invece quando si ha nel dolore eh no, questo non c’è: ‘mi ha consolato nella totale amarezza del mio cuore, sarò felice un giorno di consolarlo anch’io’. Con grandezza se è possibile più grande perché più dono e più son felice, più consolo e più son.., più conforto e più mi sento ripieno di un gambo di Paradiso. Questa non è la filosofia del dolore, è la realtà del dolore. E così anche la gioia diventa più buona, diventa più bella. Siamo sulla terra, non siamo nei cieli, e il tesoro che ci porteremo nei cieli è il tesoro delle cose belle e buone, della gioia e della vita ma che ha germinato la pianta del cielo nel solco scavato dall’aratro del dolore e bagnato dalla pioggia delle nostre lacrime.

Lacrime e santità

Ricordo che, anni fa, presentando l’arcivescovo di Napoli oggi cardinale Ursi, al teatro San Carlo di Napoli … tre quattro mila persone, ho detto: “Eccellenza, l’augurio che io le faccio in questo giorno, avanti alla sua città di Napoli, è di versare TANTE e TANTE lacrime perché senza lacrime non c’è santità”. E poi, poco tempo fa m’ha detto: “Professo’, ma quante lacrime?”. Io gli ho risposto: “Eminenza, quanta santità?” [risate del pubblico] (…). Quanto ci si sente buoni, attenti, quando le lacrime sono vere, sono abbandonate, sono asciugate (…). Sono fallito Signore, e allora quando il fallimento è grosso grosso grosso non succede niente, non succede niente quando è troppo grosso (…) e allora così è il nostro fallimento Signore, e allora io Ti offro le mie lacrime, che vuoi che Ti offra, non c’ho niente da darTi. Se avessi denari, beh Signore Tu puoi fabbricarli ne fai quanti ne vuoi. Cosa vuoi che abbia? Musica, poesia? Ma Tu di poesia ne hai bisogno? Di scienza ne hai bisogno? (…). Che Ti posso offrire? Ti offro le mie lacrime.

(…) io vi dico: “Fate del bene”. Fate del bene, e consolate chi soffre. E non aspettate che questo dolore arrivi alla vostra porta, andatelo a cercare. (…) Se io potessi darvi, ma non posso, darvi le centinaia di lettere e poter legare ogni anima a un’altra anima, e dire signora tu che abiti in via Garibaldi n 53 e mi hai scritto questa lettera, sappi che in via Garibaldi n 74 c’è una creatura un signore una signora che può capirla, che può comprenderla, mi ha telefonato e mi ha scritto che la verrà a trovare. Riallacciare il tessuto connettivo della carità nel dolore. Una volta lo facevano questo.

(…) Signore facci piangere lacrime d’amore, affinché la vera grandezza rimanga dentro di noi. Un giorno, quando ce ne andremo, non diranno era uno scienziato, era un professore, era un chiacchierone – come diceva Padre Pio: “Che vai a dire chiacchierone?” –, no potessero dire: “Era un uomo buono”. Questa è l’unica cosa che rimane. Il resto passa tutto, come il vento, come la polvere, come il gracidar della storia.

E così ci lasciamo questa sera vero. Ho sentito palpitare i vostri cuori uno ad uno, vorrei riconoscervi quasi ciascuno. Non vi guardo nel volto ma, uomini pensosi, qualche signora che piangeva, qualche altra che soffriva, ma un unisono come di sinfonia di cuori. Un povero maestro qua che agita una bacchetta, ma voi siete i veri cuori di Dio perché suonate in tanta dolcezza e in tanto amore.

Dolcissima Madre, stabat Mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa, Tu che hai amato il Figlio Tuo, con amore che tutti gli amori del cielo e della terra racchiude. Tu che sei il cuore di umana persona che più ha sofferto, nessuno ha sofferto come Te, per la sensibilità Immacolata e Verginale del cuore Tuo, e per l’infinita grandezza del Cuore di Cristo squarciato. Ti è stato dato il dono di vedere quel velo sacro che la gente di Torino conserva, la Sacra Sindone. Nella Sindone si vede chiaramente lo squarcio, e quindi il sangue, prodotto dalle lanciate di Longino – da questa parte entrante -, e qui si vede un velo come ripiegato da mano dolcissima. Forse tu, o Maria, in quella notte del venerdì componendo il Figlio Tuo Grandissimo e Stupendo, Innamoratissimo e Innamorata, hai messo come un giorno nella grotta di Bethlehem il bianco velo del Tuo dolore impregnato nel Suo sangue. E lì sei morta Maria. Tu non potevi morire o Vergine Immacolata, perché la morte di Cristo aveva redento il mondo. Ma tu in quel momento sei morta più che morta, perché mentre per il Signore (…) il morire è SPACCAR DI CUORE, perché Cristo è morto, perché ha detto al Padre ‘Fammi morire’, è voluto morire (…), per cui lo strazio infinito della morte del Figlio di Dio supera lo spaccar delle stelle il giorno in cui crollerà il firmamento (…). Ora, dentro questo Cuore squarciato, o Dolce Maria, noi mettiamo tutto in questa sera. In questo Tuo Cuore appassionato e dolente, Cuore di Maria Immacolata.

Lo scandalo del dolore e il cammino della Gioia

(…) Quindi, unendomi in questo Cuore in Te mi abbandono Signore, aprendo le braccia anche nella sofferenza. Ma Tu o Mamma buona che sei tanto buona, prima cosa Ti chiedo e Ti supplico, fa che i miei fratelli non abbiano scandalo del mio dolore, ma fa che il mio dolore porti loro consolazione e tenerezza. Signore fammi la grazia, che con le mie lacrime possa qualche lacrima asciugare, che con la mia carezza qualche sorriso far nascere come i fiori nella nascente primavera. Signore, fa che il mio cammino non sia triste, ma sia pieno della Tua Gioia, e anche quando il dolore entra il mio cuore io canto ancora il Magnificat e il Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi. Fa’ o Signore che come Caterina da Siena, pur soffrendo e lottando, possa ripetere e insieme a Teresa d’Avila: “Signore, non farmi tanto soffrir per amore, questo amor del soffrire mi fa morire”. Nella contraddizione stupenda, angosciante, divinamente soltanto di coloro che noi chiamiamo i Santi, che son creature come noi. Di quello stesso soffrire che a Padre Pio di Pietrelcina faceva soffrir lacrime di gioia …Ricordo quella sera in quel sabato, trenta ore prima che lui andasse nel Regno dei Cieli, quando ho portato la benedizione del santo padre: “Padre, Paolo VI il papa la benedice con TUTTA la gioia”. E Padre Pio in tutta la sua sofferenza estrema, di quell’essere in cinquant’anni di crocifissione tutta consumata, alzato gli occhi verso il Cielo con quella semplicità, quella umanità, quel raccoglimento, quella proprietà che era la sua caratteristica di grande Santo della Chiesa, come a dire al Signore grazie per questa gioia che mi porti per questa piccola creatura.

Poter offrire la vita per la Chiesa. Ricordo, un giorno era mercoledì, agli inizi di ottobre lassù a Castel Gandolfo accanto a Pio XII, e dicevo: “Santità, Padre Pio offre la sua vita per lei”… e il papa con quelle sue grandi braccia diceva: “Professore, sono tanto stanco, mi lasci partire. Dica a Padre Pio che gradisco l’offerta ma…tanto stanco. Torna tra otto giorni Professore?” “Sì Santità, vengo senz’altro giovedì”…e il giovedì del 9 ottobre 1958. Così sono i santi, no? Sofferenza e dolore che man mano si trasforma in gioia (…). Questo dolore, che non deve essere Signore troppo grande. Guarda, facciamo così io mi metto dietro dietro all’ultimo posto, al penultimo perché l’ultimo già ci si fa notare, al penultimo. Al penultimo posto laddove per ragioni di fisica il momento, la coppia è più piccola, il peso grosso lo porti Tu il peso della Ccroce, e poi in fondo in fondo vengo anch’io dietro. Con un po’ di Croce, con un po’ di Croce, non tanto Signore, proporzionata alla mia piccolezza, ma dammi una leggera Croce, pazienza. Stai attento che non è troppo grande, che non la vede la Madonna e la tira su.

Questo nostro confidarci, questo nostro vivere, oh ci fossero qui dei fratelli che non credono, che non hanno la fede. Quanto sarei felice, non perché non ce l’hanno perché sono qui, non per me ma perché sarebbero insieme a voi. Conoscete la nostra fede, sapeste quanto è bella. Senza offendere nessuno, nessuno nessuno, è più bella di Mao, del Presidente Saragat, di Franco o di chi volete voi..Questa bellezza di fede, grande, immensa, profonda, VERA, VERA, che ci fa godere nella gioia, soffrire nel dolore, che ci fa godere nel dolore, soffrire nella gioia. Questa fede che ci trasporta, ci sublima, ci abbatte, che ci umilia, ci innalza, che ride nella vita, che gaudio nel gaudio, e se un giorno sorella morte come verrai dovessi venire io ti sfido al canto della letizia.

Ricordo il 4 ottobre, il mio papà moriva. Eravamo allora nel paese delle Marche…nel paese dei nonni. Tramontava il sole nel giorno di San Francesco. Io ho aperto l’occhio ormai spento di mio padre perché raccogliesse l’ultimo baglio del sole stupendo, del sole stupendo della natura che lui tanto aveva amato, il giorno di San Francesco. E ho detto Francesco d’Assisi, anche quando tu sei morto un volo di allodole si è levato intorno al tuo corpo a glorificare il Signore. (…)

La prima e ultima Messa

Ebbene, cari fratelli e sorelle vi lascio che le ore undici arrivano. Signore, fa che anch’io un giorno, povero laico possa celebrare la mia prima ed ultima Messa. Quando sull’altare bianco del mio letto potrò Signore abbracciarti. Abbracciarti per l’ultima volta, che sia la più bella Comunione della vita. Non è la Prima Comunione, ma è la seconda più della prima, la terza più della seconda, l’ultima più di tutte quelle che l’han preceduta, affinché il mio cuore – come quello di mio cugino – possa spegnersi quando Tu fisicamente sei ancora dentro di me. Così il mio cuore non si spegne, e Tu ne prendi un pezzetto di questo cuore, non se ne accorgerà nessuno. Prenderai questo pezzetto e me lo porti con Te nel Cuore della Madonna. E quel piccolo pezzo di cuore Signore sarà il germe della resurrezione del mio corpo. Quando gli angeli suoneranno le loro trombe, Tu o Maria dalle profondità del Tuo Cuore di Madre troverai il germe del mio cuore centro di resurrezione di questo corpo. E tutto quello che questo povero corpo ha sofferto e patito con l’anima mia, tu lo trasformerai in un vestito di Gloria. O Dolce mia Madre, al tuo Amore io offro il nostro cuore [applausi].

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Webliografia

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Per ascoltare i discorsi di Enrico Medi, incluso il file originale del discorso “Senso cristiano del dolore”: http://www.enricomedi.it/discorsi/

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