di Vito Sibilio
PREMESSA
Ci sono molti autori che hanno espresso le
loro idee sulla Chiesa e sul Papato, mediante la finzione letteraria. Il Santo
o I sandali di Pietro sono tra le più famose delle loro opere, mentre di
recente The Young Pope o The New Pope hanno reso il genere, a cavallo tra
letteratura e cinema, assai popolare. Anche io proverò a fare lo stesso.
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Quel che segue è tratto dalla voce “Giovanni
Paolo III”, a cura di Lothar Von Sybel, dell’Enciclopedia Cattolica, vol. XLV,
Città del Vaticano- Metropolis della Luna, LEV- Edizioni del Mare della
Tranquillità, 2223.
L’ecumenismo
Giovanni Paolo III si adoperò con ogni mezzo per la restaurazione dell’unità dei Cristiani. Innanzi tutto intensificò le relazioni tra le Chiese, mettendole in capo alla Sacra Congregazione per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Volle rappresentanti stabili presso ogni Chiesa e presso di sé da parte loro, conferendo e riconoscendo ad essi la immunità diplomatica. Ai propri legati attribuì gli stessi nomi dei rappresentanti papali presso le Chiese di diritto proprio unite a Roma e che perciò furono detti Apocrisiari Protoscriniari Sacellari e Cubiculari ad intra e ad extra in base alle sedi presso cui erano accreditati. I primi erano destinati alle Chiese patriarcali, i secondi a quelle Arciepiscopali e Sinodali orientali, i terzi a quelle Primaziali e i quarti a quelle Sinodali occidentali.
Tuttavia il progetto del Papa era l’unione vera e propria, per la quale intavolò trattative con ciascuna Chiesa che si dimostrasse disponibile. A tale scopo elaborò due schemi, uno teorico e uno pratico, condividendoli con una sessione ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Il primo prevedeva l’unione sulla base di quattro punti: la piena autonomia canonica e liturgica delle Chiese che si fossero unite a Roma; la nuova esplicazione delle verità di fede oggetto di controversie, usando anche lessici diversi ma fissando autoritativamente il senso unico e conforme al dogma cattolico; la ratifica degli atti compiuti durante la separazione; l’accettazione delle verità di fede cattoliche definite dopo lo scisma nel corso del processo di riunificazione. Il secondo prevedeva la realizzazione di dichiarazioni comuni sui temi controversi mediante seminari, congressi e incontri; la soluzione previa delle questioni dibattute in Concili preparatori; la celebrazione dell’Unione mediante appositi Sinodi.
L’unione con la Fraternità San Pio X
La prima Chiesa che accettò di intavolare trattative con Roma fu la Fraternità San Pio X. Dopo quattro Concili preparatori, si tenne quello di unione, a Costanza. La Fraternità accettò il magistero del Vaticano II e dei Papi da Giovanni XXIII in poi. La Chiesa Romana le riconobbe lo status di Prelatura Personale e concesse al suo superiore il rango di Metropolita, con il potere di eleggere e investire un congruo numero di Vescovi suffraganei per le necessità dei suoi fedeli. Le concesse altresì di avere in uso il Rito Antico e il Codice Pio Benedettino, nonché di mantenere Istituti religiosi e Associazioni laicali al suo interno strutturati sulla base dell’uno e dell’altro. Le due Chiese, poi, sancirono cinque principi: che il magistero del Vaticano II e dei Papi contemporanei va letto nell’ermeneutica della continuità; che il neomodernismo e l’ermeneutica della discontinuità sono eresie; che il principio della libertà di coscienza vale davanti agli uomini e in questo periodo storico, ma non davanti a Dio; che l’ecumenismo non deve avvenire a discapito dei dogmi definiti; che il dialogo interreligioso è legato alla contingenza storica attuale e non implica una equivalenza soteriologica di tutte le religioni. Al Concilio di Costanza parteciparono tutti i Vescovi della Fraternità e i rappresentanti degli Episcopati dei paesi dove essa era diffusa, per un totale di trentaquattro presuli, sotto la guida del Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede in qualità di Legato Apostolico. Il numero dei Vescovi della Fraternità si triplicò e il Papa scelse al suo interno molti presuli per incarichi nella Chiesa Cattolica e mutuò molti metodi della formazione del clero e dei religiosi della Fraternità per la Chiesa Universale. Inoltre, molti gruppi sedevacantisti e conclavisti accettarono i canoni del Concilio di Basilea e aderirono alla Chiesa Cattolica. Giovanni Paolo III accettò anche di essere eletto Papa da quei gruppi e concesse, quando necessario, dignità ecclesiastiche minori ai loro capi che gli avevano giurato fedeltà. A tale scopo diede mandato ai Primati delle nazioni in cui esistevano tali gruppi di accoglierli nella Chiesa Cattolica in sua vece.
L’unione con le Chiese Orientali
La seconda Chiesa che trattò l’unione con Roma fu la Chiesa Apostolica d’Oriente o Siro Orientale o Assira, ossia la Nestoriana, composta dal Patriarcato di Seleucia e dalla Metropolia dei Siro Malankaresi o Siro Caldei. Dopo otto Sinodi preparatori, il Concilio di unione si tenne a Seleucia Ctesifonte, sede del Patriarca nestoriano. Il Concilio definì che la Chiesa Assira e la Chiesa Cattolica avevano la stessa cristologia, interpretando in senso calcedonese la teologia di Teodoro di Mopsuestia. In conseguenza di ciò la condanna dei Tre Capitoli fu legata solo al senso ereticale attribuibile alle opere anatematizzate nel II Concilio di Costantinopoli. Teodoro e Teodoreto di Ciro furono inseriti nel Calendario della Chiesa Universale e il primo proclamato Dottore della Chiesa. Il Sinodo stabilì che accanto al Credo di Calcedonia per la Chiesa Universale era lecito per la Chiesa Assira tenere il proprio Credo tradizionale. Il Concilio confermò l’autocefalia della Chiesa Assira, costituita da due Chiese: quella Patriarcale di Seleucia e quella Siro-Malabarese o Siro-Caldea, elevata al rango di Arciepiscopale. Il Patriarca di Seleucia vedeva riconosciuto il suo titolo di Supremo e Universale e il diritto di consacrare l’Arcivescovo siro malankarese. Il Sinodo generale della Chiesa Assira sarebbe stato costituito da quello della Chiesa Patriarcale e da quello della Chiesa Arciepiscopale. Nasceva la Comunione Apostolica Ortodossa Cattolica Siriaca Orientale e Assira. Il Concilio di Seleucia vide partecipare i Vescovi della Chiesa Assira, quelli della Chiesa Caldea, quelli della Chiesa Malabarese Cattolica, della Chiesa Latina in Medio Oriente e in India e i rappresentanti dell’Episcopato dei paesi dove gli Assiri erano diffusi. L’assemblea fu presieduta dai Patriarchi Assiro e Caldeo. Per impulso del Papa, il Concilio promulgò un Codice di Diritto Canonico della Chiesa Assira. Nei suoi canoni, promulgò o confermò i libri liturgici e recepì i dogmi della Chiesa Cattolica nella Chiesa Assira e gli insegnamenti di quest’ultima nella prima, quando non fossero in contrasto con la sua dottrina.
Il Papa insignì il Patriarca della dignità cardinalizia e lo riconobbe Primate dei Curdi e della Persia. Nell’espansione missionaria la Chiesa Assira si irradiò in Mesopotamia, Curdistan, Iran, Afghanistan, Asia Centrale, Pakistan, India, Bangla Desh, Ceylon, Malesia, Indonesia, Cina, Stati Uniti, Australia, e Canada. La Chiesa Caldea, unita a Roma e principale protagonista della trattativa ecumenica, rimase distinta da quella Assira, sebbene oramai riunificata, e il suo Patriarca conservò i titoli di Supremo e Universale. La sua espansione missionaria avvenne in Mesopotamia e Arabia, ma anche USA, Canada, America Latina e Oceania.
La terza Chiesa che intavolò trattative di unione con Roma fu la Chiesa Apostolica Armena, precalcedonese e monofisita. Dopo sette Concili preparatori, si arrivò al Sinodo di Echtmiadzin, al quale parteciparono le tre Chiese Armene separate da Roma e quella unita a Roma, ossia quella di Echtmiadzin, di Costantinopoli, di Gerusalemme e di Tarso di Cilicia. Sulla scorta delle Dichiarazioni comuni della Santa Sede e dei Patriarchi precalcedonesi del 1983 e del 1985, il Concilio affermò che la Chiesa Apostolica Armena e quella Cattolica avevano la stessa cristologia, leggendo in chiave calcedonese la dottrina cristologica del Concilio di Efeso. Accanto al Credo Calcedonese, fu concesso alla Chiesa Armena di mantenere il proprio, interpretato nel senso del dogma cattolica. L’autocefalia della Chiesa Armena venne confermata e le quattro Chiese vennero unite in una Comunione Apostolica Armena presieduta dal Catholicos o Patriarca di Echtmiadzin, riconosciuto come Supremo e Universale, mentre gli altri tre Patriarchi non avevano diritto ai medesimi titoli. Il Patriarca di Echtmiadzin poteva convocare il Concilio Generale della Chiesa Armena, formato dai Vescovi dei quattro Patriarcati, la cui precedenza fu così fissata: Echtmiadzin, Costantinopoli, Gerusalemme, Tarso di Cilicia. Il Concilio di Echtmiadzin fu frequentato dai Vescovi dei quattro Patriarcati, da quelli della Chiesa Siro Cattolica e Copto Cattolica, da quelli della Chiesa Melchita e da quelli della Chiesa Malankarese Cattolica, della Chiesa Latina e Ismaelita in Medio Oriente e della Chiesa Etiope Cattolica; vi si recarono anche rappresentanti delle Chiese delle nazioni dove è diffusa la Diaspora Armena e della Chiesa Assira appena unita a Roma, per un totale di centocinque Vescovi. L’assemblea fu presieduta dal Patriarca di Echtmiadzin e da quello di Tarso di Cilicia degli Armeni Cattolici. Essa, per impulso del Pontefice, promulgò un Codice di Diritto Canonico per la Chiesa Armena. Nei suoi canoni, promulgò o confermò i libri liturgici e recepì i dogmi della Chiesa Cattolica nella Chiesa Armena e gli insegnamenti di quest’ultima nella prima, quando non fossero in contrasto con la sua dottrina. Il Papa confermò il Cardinalato al Patriarca di Tarso. Nell’espansione missionaria, la Chiesa Armena si diffuse nella Grande Armenia, in Turchia, in Palestina, nel Caucaso e nei paesi della Diaspora armena, come la Francia, l’Italia, la Germania, gli Usa e il Canada, ma anche nell’Azerbaijgian.
La quarta Chiesa che volle riunirsi a Roma fu la Chiesa Siriaca o Siro Occidentale, precalcedonese e monofisita. Vennero tenuti sette Concili preparatori e poi il Concilio di unione ad Antiochia. Esso, basandosi sulla Dichiarazione cristologica comune di Giovanni Paolo II e Zakka I Iwas, affermò, come del resto la Chiesa Armena, che la Chiesa Cattolica e quella Siriaca avevano la medesima cristologia. Il Concilio di Efeso rimase alla base del Credo siriaco, ma letto in senso calcedonese e valido a livello locale. Siccome però vi era una Chiesa Siriaca Cattolica che doveva fondersi con quella Siriaca autocefala, fu necessario un Credo di sintesi, in cui le espressioni dei due Simboli vennero fuse in formule in cui se ne spiegava l’equivalenza. La fusione delle due Chiese avvenne in questo modo: il Patriarca più anziano assunse la qualifica di Supremo e Universale, mentre l’altro rimase in carica come suo coadiutore, destinato a succedergli. Alla morte anche di questi, si sarebbe proceduto con una elezione comune. Le diocesi già unite a Roma avrebbero conservato gli elementi latinizzanti, ma il Concilio stabilì in che modo tali elementi dovessero essere ridimensionati e in quale altro potessero essere poi condivisi con le diocesi della Chiesa autocefala ora unita. Al Concilio parteciparono i Vescovi delle due Chiese siriane, unita e autocefala, della Chiesa Malankarese Cattolica, della Chiesa Maronita, della Chiesa Melchita, della Chiesa Armena e di quella Assira appena unite a Roma, della Chiesa Etiope Cattolica, di quella Latina e Ismaelita in Medio Oriente e i rappresentanti delle Chiese delle nazioni in cui era diffusa la Chiesa Siriana, per un totale di cento prelati, sotto la presidenza dei Patriarchi siriani di Antiochia unito a Roma e autocefalo. Il Sinodo, per impulso del Pontefice, promulgò un Codice di Diritto Canonico Siriano. Nei suoi canoni, promulgò o confermò i libri liturgici e recepì i dogmi della Chiesa Cattolica nella Chiesa Siriaca e gli insegnamenti di quest’ultima nella prima, quando non fossero in contrasto con la sua dottrina. Il Papa confermò il Cardinalato al Patriarca Supremo e Universale della Chiesa Siriaca, mentre sentenziò che essa e la Chiesa Maronita dovessero essere distinte, per salvaguardare la specificità delle due tradizioni, stabilendo che, nella sede antiochiena, la precedenza dei Patriarchi fosse la seguente: Siriaco, Maronita, Melchita, Greco Bizantino, Latino. L’espansione missionaria della Chiesa Siriana avvenne in Siria, Libano, Giordania, Arabia, Usa, Canada, Australia, Europa. Il Concilio invece non mise in discussione l’indipendenza della Chiesa Maronita, il cui Patriarca mantenne i titoli di Supremo e Universale e la sede antiochiena. La sua sfera di espansione fu la Siria, il Libano, la Palestina, la Giordania, il Medio Oriente in genere, le Americhe e l’Oceania.
La quinta Chiesa che volle unificarsi con la Cattolica fu la Malabarese, precalcedonese e monofisita. Dopo otto Sinodi preparatori, si tenne il Concilio di unione a Mayaddya. Sulla base delle Dichiarazioni di Giovanni Paolo II e di Zakka I Iwas e dello stesso Papa con Shenouda III e sulla scorta dei canoni dei Concili di unione tra la Chiesa Cattolica e quelle Armena e Siriaca, il Concilio di Mayaddya affermò che i cattolici e i malabaresi avevano la stessa cristologia, leggendo in chiave calcedonese i canoni del Concilio di Efeso e autorizzando la Chiesa Malabarese a tenere, accanto al Credo calcedonese, anche il suo Simbolo efesino. La fusione tra la Chiesa Cattolica Malabarese e quella Malabarese autocefala, rette rispettivamente da un Patriarca e da un Metropolita, avvenne in questo modo: innanzitutto il Concilio riconobbe al Metropolita autocefalo il rango di Patriarca Supremo e Universale, pareggiandolo col suo omologo cattolico; indi si stabilì che il Patriarca più anziano dei due avrebbe pontificato sulla Chiesa Malabarese riunita, conservando i titoli di Supremo e Universale; poi si volle che, defunto il Patriarca, gli sarebbe subentrato quello più giovane, che ora avrebbe funto da vicario per la rispettiva Chiesa. Le norme latinizzanti furono lasciate in vigore nelle diocesi già unite a Roma e il Concilio stabilì cosa e quando doveva decadere o essere esteso anche alle altre. Al Concilio di unione parteciparono, quindi, la Chiesa Cattolica Malabarese e quella Malabarese autocefala, la Chiesa Cattolica Malankarese, la Chiesa Siro Malankarese ora unita a Roma, la Chiesa Copta Cattolica, la Chiesa Siriana, quella Armena, quella Maronita, la Chiesa Latina e quella Ismaelita dell’India, la Chiesa Etiope Cattolica e i rappresentanti degli Episcopati dei paesi della Diaspora malabarese, per un totale di duecento vescovi. L’assemblea fu presieduta dal Patriarca Malabarese Cattolico e dal Metropolita, poi Patriarca, autocefalo Malabarese. Il Concilio confermò la piena indipendenza della Chiesa Malabarese da quella di Antiochia e il Patriarca di questa città ratificò la decisione. Il Concilio, per impulso del Papa, promulgò un Codice di Diritto Canonico Malabarese. Nei suoi canoni, promulgò o confermò i libri liturgici e recepì i dogmi della Chiesa Cattolica nella Chiesa Malabarese e gli insegnamenti di quest’ultima nella prima, quando non fossero in contrasto con la sua dottrina. Il Papa confermò la dignità cardinalizia al Supremo Patriarca Universale dei Malabaresi e lo insignì del titolo di Primo Primate delle Indie. L’espansione missionaria dei Malabaresi avvenne in India, Pakistan, Ceylon, Nepal, Buthan, Bengala, Australia, Maldive, Malaysia, Singapore.
La sesta Chiesa che intavolò trattative con Roma fu la Malankarese. nestoriana. Le trattative si basarono sullo stesso schema che si era seguito per l’unione con la Chiesa Assira. Si tennero otto Sinodi preparatori e il Concilio di unione a Kottayam. Le Chiese coinvolte erano quella Malankarese Cattolica, alla cui testa il Papa aveva promosso dapprima il Metropolita a rango di Arcivescovo Maggiore e poi a quello di Patriarca, e appunto la Chiesa Malankarese, retta dal suo Catholicos Metropolita. Interpretata in senso calcedonese la cristologia di Teodoro di Mopsuestia e ribadita la storicizzazione della sua condanna al II Concilio di Costantinopoli, l’assemblea conciliare stabilì le modalità della unificazione delle due Chiese, similarmente a quanto fatto per la Chiesa Siriaca e per quella Malabarese. Il Patriarca più anziano avrebbe assunto il governo della Chiesa unita e i titoli di Supremo e Universale; il più giovane gli sarebbe succeduto alla sua morte e fino ad allora avrebbe funto da Vicario per la Chiesa sua propria in precedenza; le norme latinizzanti rimanevano in vigore per le diocesi unite già a Roma, mentre il Concilio stabiliva cosa dovesse decadere in futuro e da quando e cosa no. Esso, per impulso del Papa, promulgò un Codice di Diritto Canonico Malankarese. Nei suoi canoni, promulgò o confermò i libri liturgici e recepì i dogmi della Chiesa Cattolica nella Chiesa Malankarese e gli insegnamenti di quest’ultima nella prima, quando non fossero in contrasto con la sua dottrina. Al Concilio parteciparono le Chiese Malankarese Cattolica e Autocefala, la Chiesa Malabarese, quella Assira e quella Siro Malabarese, quella Latina e quella Ismaelita dell’India e i rappresentanti degli Episcopati dei paesi della Diaspora malankarese, con centodieci Vescovi, sotto la presidenza del Patriarca Malankarese cattolico e del Metropolita Catholicos dei Malankaresi. Il Papa confermò il cardinalato al Patriarca Supremo e Universale dei Malankaresi, lo riconobbe Secondo Primate delle Indie e sentenziò che le due Chiese patriarcali rimanessero divise, per salvaguardarne le specificità e su loro richiesta. L’espansione missionaria malankarese avvenne in India, Pakistan, Ceylon, Maldive, Bengala, Nepal, Butha, Malaysia, Indonesia, Birmania, Australia.
La settima Chiesa che si riunì con la Cattolica fu la Copta, precalcedonese e monofisita. Dopo otto Concili preparatori, si tenne il Sinodo di unione ad Alessandria d’Egitto. Sulla scorta della Dichiarazione di Giovanni Paolo II e di Shenouda III in cristologia e dei canoni di unione della Chiesa Cattolica con quelle Armena, Siriaca e Malabarese, il Concilio dichiarò che i cattolici e i copti avevano la stessa cristologia. Il Concilio di Efeso rimase alla base del Credo copto, ma letto in senso calcedonese e valido a livello locale. Siccome però vi era una Chiesa Copta Cattolica che doveva fondersi con quella Copta autocefala, fu necessario un Credo di sintesi, in cui le espressioni dei due Simboli vennero fuse in formule in cui se ne spiegava l’equivalenza. Il Libro di Enoc, considerato ispirato nella Bibbia copta, rimase autorizzato nella Chiesa egiziana autocefala. La fusione delle due Chiese avvenne in questo modo: il Patriarca più anziano assunse la qualifica di Supremo e Universale, mentre l’altro rimase in carica come suo coadiutore, destinato a succedergli. Alla morte anche di questi, si sarebbe proceduto con una elezione comune. Le diocesi già unite a Roma avrebbero conservato gli elementi latinizzanti, ma il Concilio stabilì in che modo tali elementi dovessero essere ridimensionati e in quale altro potessero essere poi condivisi con le diocesi della Chiesa autocefala ora unita. Esso, per impulso del Papa, promulgò un Codice di Diritto Canonico Copto. Nei suoi canoni, promulgò o confermò i libri liturgici e recepì i dogmi della Chiesa Cattolica nella Chiesa Copta e gli insegnamenti di quest’ultima nella prima, quando non fossero in contrasto con la sua dottrina. Il Sinodo stabilì la precedenza dei Patriarchi nella sede di Alessandria: Copto, Melchita, Greco Bizantino, Latino. Al Concilio parteciparono ovviamente, le Chiese Copta Cattolica e Copta autocefala, la Melchita, la Latina e la Ismaelita d’Egitto, la Siriaca, l’Armena, la Maronita, la Malabarese, l’Etiopica Cattolica e i rappresentanti dell’Episcopato dei paesi della Diaspora copta, con duecento Vescovi, sotto la presidenza del Patriarca Copto Cattolico e del Patriarca Supremo e Universale della Chiesa Copta autocefala. Il Papa confermò il cardinalato al Supremo Patriarca Universale di Alessandria d’Egitto dei Copti e lo riconobbe Primate di tutta l’Africa e Pontefice della Sede di San Marco. L’espansione missionaria della Chiesa Copta avvenne in Egitto, Libia, Sudan del Nord e del Sud e in genere in tutta l’Africa, ma anche negli Usa, in Australia e in Palestina.
L’ottava Chiesa che si riunificò con Roma fu l’Etiope, monofisita e precalcedonese, formata dal Patriarcato di Etiopia e dall’Arcidiocesi di Eritrea. Dopo otto Sinodi preparatori, il Concilio di unione si tenne ad Axum, presieduto dall’Arcivescovo Maggiore degli Etiopi Cattolici e dal Patriarca Abuna della Chiesa Etiopica, e che vide la presenza della Chiesa Copta, Melchita, Siriaca, Maronita, Armena e Malabarese, ma anche della Chiesa Latina, Ismaelita e Giudeo Cristiana di Etiopia e dei rappresentati degli Episcopati dei paesi della Diaspora etiope, con duecento prelati. Il Concilio, partendo dalle basi delle precedenti unioni di Roma coi precalcedonesi monofisiti e dai canoni dei rispettivi Sinodi, specie di quello di Alessandria d’Egitto, sancì che la Chiesa Cattolica e quella Etiope avevano la stessa cristologia e affiancò al Simbolo calcedonese quello etiope basato sui canoni di Efeso per l’uso di quella Chiesa. La necessità di unire due Chiese etiopi, una autocefala e una cattolica, fece sì che si realizzasse un Credo di sintesi, basato sull’equivalenza commentata delle formule dottrinali. La fusione tra le due Chiese avvenne con un sistema diverso dagli altri: il Patriarca etiope assunse il comando della Chiesa unita, mentre l’Arcivescovo Maggiore cattolico assunse la vicaria per i fedeli già uniti a Roma. Morto il Patriarca, si sarebbe eletto un successore, che sarebbe stato l’Arcivescovo Maggiore se fosse stato ancora in vita. Le norme latinizzanti sarebbero rimaste in vigore nelle diocesi già unite e il Sinodo stabilì quali e quando sarebbero state estese alle altre. Inoltre, sarebbe nata una Comunione Etiope, formata dal Patriarcato di Etiopia e dall’Arcidiocesi di Eritrea, il cui Sinodo generale sarebbe stato convocato dal Patriarca, il quale avrebbe avuto la prerogativa di consacrare l’Arcivescovo. Il Concilio, per impulso del Papa, promulgò un Codice di Diritto Canonico Etiopico. Nei suoi canoni, promulgò o confermò i libri liturgici e recepì i dogmi della Chiesa Cattolica nella Chiesa Etiope e gli insegnamenti di quest’ultima nella prima, quando non fossero in contrasto con la sua dottrina. Il Pontefice concesse il cardinalato al Patriarca di Etiopia, ma lo conservò, finché fu in vita, anche all’Arcivescovo Maggiore. L’espansione missionaria etiope avvenne, oltre che in Etiopia ed Eritrea, anche in Somalia, Gibuti, Yemen, Kenya, Uganda e nei paesi della Diaspora etiopica, compresa la Palestina.
L’unione con i Giansenisti e i Vecchi Cattolici
La nona Chiesa che accettò di trattare l’unione con la Cattolica fu l’Unione di Utrecht. Fu la natura composita di questa Chiesa a rendere più lunga e complessa la trattativa con Roma. Si tennero cinque Concili preparatori, dei quali uno servì a persuadere l’Unione a recuperare i dogmi definiti dalla Chiesa fino al Concilio di Trento, esattamente come i suoi seguaci credevano prima di separarsi dai cattolici; un altro affrontò lo spinoso problema soteriologico, prendendo le mosse dalle posizioni agostiniane prese dal Papa nella sua enciclica Christus Redemptor e sulla soluzione che egli aveva dato alla Controversia sugli Ausili; un terzo trattò il tema dell’Infallibilità del Papa e i temi della Scrittura, della Tradizione e del Magistero; il quarto si soffermò sulle questioni escatologiche e sacramentarie; il quinto sugli aspetti organizzativi. Il Concilio di unione si tenne ad Utrecht. Vi parteciparono i Vescovi dell’Unione, ma anche i rappresentanti degli Episcopati tedesco, belga, olandese, lussemburghese, svizzero, austriaco, ceco, polacco e francese, sotto la presidenza dell’Arcivescovo di Utrecht, capo dell’Unione, e di quello Primate dei Paesi Bassi. In esso si distinse tra l’irresistibilità intrinseca e quella estrinseca della Grazia: la prima è la qualità propria di essa e si manifesta nella sua forma preveniente; la seconda è propria del soggetto che la riceve e che può anche rifiutarla, per cui la Grazia, spontaneamente, non assume la forma concomitante. Il Concilio inoltre ribadì che gli atti infallibili del Papa non esigono il consenso della Chiesa per essere validi, ma precisò che non poteva esserci dissonanza tra ciò che essa crede e quel che il Papa definisce, in quanto il consenso non necessario è quello della Chiesa inteso come corpo sociale, mentre la sintonia asserita è propria del Corpo Mistico, nel quale tutto, sia il magistero infallibile sia la fede vissuta, discende direttamente da Cristo in ogni anima e nell’organismo nel suo complesso. Nel Concilio le verità di fede definite nel secondo millennio dalla Chiesa vennero riaffermate e quelle definite dopo lo scisma vennero recepite. Le ordinazioni femminili vennero dichiarate nulle e gli uomini ordinati da donne vennero consacrati nuovamente. L’Unione venne considerata una Chiesa di diritto proprio in seno alla Cattolica, composta da due strutture: la Provincia ecclesiastica di Utrecht, le cui diocesi furono portate a tre, e che l’Arcivescovo governava come i Metropoliti, e il Sinodo dei Vecchi Cattolici, presieduto dallo stesso presule di Utrecht. L’Unione assunse la denominazione di “Cattolica” e i Vecchi Cattolici quella di “Uniti”. Il Concilio, per impulso del Papa, promulgò un Codice di Diritto Canonico dell’Unione. Nei suoi canoni, promulgò o confermò i libri liturgici e recepì gli insegnamenti dell’Unione nella Chiesa Cattolica, quando non fossero in contrasto con la sua dottrina.
L’unione con la Chiesa Ortodossa e il Concilio Vaticano III
Le trattative per l’Unione tra cattolici e ortodossi furono iniziate dal Papa appena eletto, ma essa fu la decima che si concluse. Giovanni Paolo III propose come base di trattative i deliberati dei Concili di unione del passato: quello di Bari, il II Lionese e quello di Firenze, aggiungendovi le dichiarazioni congiunte siglate fino a quel momento dalle due Chiese. Si tennero diversi Concili preparatori, a loro volta predisposti tramite conferenze e seminari antepreparatori. Nel Concilio di Belgrado si trattarono le questioni trinitarie e cristologiche; in quello di Sofia le mariologiche; in quelli di Bucarest e di Bari le ecclesiologiche; in quelli di Atene e Antiochia di Siria le escatologiche ed antropologiche; in quelli di Budapest e di Alessandria d’Egitto le questioni sacramentali; in quello di Praga le liturgiche; in quello di Kiev le morali; in quello di Gerusalemme le tematiche della teologia fondamentale; in quelli di Mosca e di New York quelle canoniche.
La grande assemblea di unione fu un autentico Concilio Ecumenico, il Vaticano III, che durò due anni e mezzo ed ebbe sette sessioni. All’assise parteciparono tutte le Chiese Ortodosse e, ovviamente, i rappresentanti dell’intera Chiesa Cattolica. Il Papa invitò tutti i Cardinali, i Patriarchi, gli Arcivescovi Maggiori, i Primati, i Metropoliti Maggiori, i Metropoliti, gli Arcivescovi, i Vescovi Ordinari, Titolari, Ausiliari, Coadiutori ed Emeriti, i Vicari e gli Esarchi apostolici e patriarcali, i Prefetti Apostolici, gli Ordinari e i Prelati Personali, i prelati equiparati ai Vescovi nella giurisdizione, gli Abati e le Badesse Primati e normali, i Superiori Generali e Provinciali degli Ordini delle Congregazioni, degli Istituti di Vita Consacrata delle Società di Vita Apostolica degli Istituti Secolari sia maschili che femminili, i Capi degli Ordini delle Vergini dei Vergini delle Vedove dei Vedovi, i Grandi Cancellieri i Rettori delle Università e degli Atenei ecclesiastici, i Presidi delle Facoltà Teologiche e di Diritto Canonico, i Presidenti Generali delle Associazioni di Apostolato di Azione Cattolica, quelli delle Associazioni cattoliche rappresentate nell’Opera dei Congressi Internazionali del Laicato Cattolico, quelli delle Federazioni Mondiali delle associazioni cattoliche dipendenti dal Papato, gli Arcidiaconi dei Capitoli Cattedrali, i Sovrani incoronati con rito cattolico, i Capi di Stato aventi il Cattolicesimo come religione di Stato, i Segretari dei Partiti e dei Sindacati cattolici. Mentre gli ecclesiastici votavano sempre, i laici si esprimevano solo nei casi che li riguardavano e in alcuni casi erano solo osservatori. Le Chiese Ortodosse rappresentate erano quelle autocefale dei Patriarcati di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Russia, Serbia, Bulgaria, Romania, Georgia, Ucraina, degli Arciepiscopati di Cipro, Grecia, Polonia, di Albania, di Cechia e Slovacchia, di Santa Caterina sul Sinai e quelle autonome della Finlandia, di Creta, della Gran Bretagna, d’Italia, d’America, d’Australia, del Nord America, d’America e Canada, del Giappone, della Cina, della Moldavia, della Lettonia, della Russia in America, della Bielorussia e le due dell’Estonia. I Patriarchi e gli Arcivescovi arrivarono anch’essi con tutto il loro Episcopato: Metropoliti, Esarchi, Eparchi; nonché con gli Archimandriti, i Protopapi, gli Igumeni, i capi delle associazioni laicali religiose culturali sociali, i Rettori di Università e Atenei ecclesiastici, i Rettori di Facoltà Teologiche e di Diritto Canonico, i Capi di Stato aventi l’Ortodossia come religione del proprio paese, i capi dei partiti e dei sindacati cristiani dei paesi ortodossi. I partecipanti all’assemblea furono alla fine settemila, dei quali molti poterono partecipare in videoconferenza.
Il Concilio promulgò una Costituzione dogmatica sulla Santissima Trinità e su Nostro Signore Gesù Cristo, i cui canoni ribadivano la Doppia Processione dello Spirito Santo, precisando che essa si poteva intendere sia come Diretta che Indiretta dal Padre. Un’altra Costituzione dogmatica conteneva i canoni sulla teologia fondamentale, precisando la natura della Tradizione, il canone biblico e il ruolo del Magistero, specificando le varie sue forme e i vincoli di coscienza che ne derivavano. Essa ammise un ordine diverso del medesimo canone biblico. Si stabilì che le dottrine insegnate dalle Chiese durante la separazione venissero recepite da entrambe quando non fossero in contrasto coi deliberati del Concilio o tra loro. Il Concilio di Costantinopoli che aveva reintegrato Fozio venne riconosciuto come Ecumenico come V Costantinopolitano e la Chiesa Greca riconobbe l’ecumenicità dei Concili di unione a cui aveva partecipato nel medioevo: il II Lionese e il Fiorentino. Una terza Costituzione dogmatica riguardava l’ecclesiologia. I suoi canoni definivano la Chiesa essenzialmente come Corpo Mistico che si manifesta attraverso la Comunione Gerarchica. Il Primato del Papa era recepito come dogma di fede in una forma simile a quella dei canoni del Concilio di Utrecht. Vi era poi una definizione dogmatica del Collegio Episcopale, quale detentore del supremo ruolo di governo e magistero in comunione e subordinazione col Pontefice di Roma. Una seconda definizione dogmatica verteva sull’infallibilità delle definizioni dei Concili Ecumenici, tenuti secondo le norme del diritto canonico. Era altresì asserita l’autenticità della Tradizione dei Patriarcati fondati dagli Apostoli e garantita l’indipendenza delle Chiese Orientali. La Chiesa fu poi definita Una Santa Cattolica Apostolica e Ortodossa. Una quarta Costituzione dogmatica riguardava la Vergine Maria. I dogmi mariani del Primo Millennio vennero ribaditi e quelli proclamati dalla Chiesa Cattolica recepiti. Vennero inoltre definiti altri due dogmi mariani: la Maternità soteriologica di Maria (Madre della Divina Grazia in ogni anima) e la Complementarietà Trinitaria di Maria (riempita in modo esclusivo della Potenza del Padre della Sapienza del Figlio e dell’Amore dello Spirito Santo). Una quinta Costituzione dogmatica verteva sull’escatologia e ribadì l’esistenza del Purgatorio nei medesimi termini del Concilio di Firenze. Una sesta Costituzione dogmatica trattava dei Sacramenti. Il numero di sette venne confermato ma la disciplina differente nella loro amministrazione venne riconosciuta. La dottrina della Transustanziazione venne recepita dal Concilio. Una settima Costituzione dogmatica era formata da canoni che riguardavano San Giuseppe, San Michele, gli Apostoli, gli Angeli e la loro Gerarchia, i Santi e il loro culto, le Reliquie, le Icone e l’arte sacra, le Indulgenze, i demoni. Il Credo del Concilio fu promulgato unendo in modo armonico i canoni delle citate Costituzioni dottrinali. Un’ottava Costituzione dottrinale trattava tutte le questioni morali, fondamentali e particolari (Comandamenti, Beatitudini, Consigli Evangelici, Opere di Misericordia, bioetica, etica politica sociale economica artistica e delle comunicazioni, evangelizzazione, ecumenismo, dialogo, spiritualità, ascetica, mistica). La diversa disciplina matrimoniale tra Chiesa Latina e Greca venne riconosciuta e si parlò di annullamento e non più di ripudio per determinati casi specifici della tradizione ortodossa, come l’adulterio. Una nona Costituzione dottrinale verteva sulla liturgia, sulla sua natura e sulla pluralità dei suoi Riti.
Seguivano poi una serie di Decreti disciplinari. Il primo stabiliva la struttura della Chiesa Ortodossa in comunione con Roma. Le Chiese autonome vennero rese autocefale con un Arcivescovo. Le Chiese americane vennero unite in un loro Patriarcato. Le due estoni riunite in una sola Arcidiocesi. Il Patriarcato ucraino venne riconosciuto. La Chiesa Ceca venne separata da quella Slovacca. Venne fondata una Arcidiocesi indipendente in Lituania. Su ogni Chiesa il Patriarca o l’Arcivescovo mantennero i poteri loro propri, nelle forme recentemente ribadite e ampliate dal Papa nella sua legislazione sulle Chiese Orientali. In esse, si dovevano tenere Concili periodici diocesani, provinciali e nazionali (o locali), spettando a questi ultimi la suprema potestà sulla propria Chiesa. Il supremo Gerarca era poi assistito dal suo Concilio permanente. Il Patriarca di Costantinopoli venne riconosciuto come Ecumenico degli ortodossi, detti oramai Greco Bizantini, col compito di esercitare sulle altre Chiese autocefale i medesimi poteri dei Gerarchi locali ma in modo residuale e di convocare ogni cinque anni il Concilio Generale della Comunione Greco Bizantina, esercitando un magistero supremo ordinario e una giurisdizione di ultimo grado su di essa, fatte salve le oramai recepite competenze del Pontefice. Il Patriarca Ecumenico era poi assistito nel governo dal suo Concilio permanente. Le relazioni tra i Patriarchi e il Papato vennero regolate nelle forme previste dal Pontefice nella sua legislazione sulle Chiese Orientali. Le Chiese Greco Cattoliche dei paesi dove c’erano anche quelle Greco Bizantine di pari grado (Slovacchia, Ungheria, Boemia, Ucraina, Romania) vennero unite con lo stesso sistema usato per l’unificazione di quelle precalcedonesi: unico Primate, scelto per ragioni anagrafiche; l’altro gerarca che faceva da vicario all’altro e poi gli succedeva; conservazione delle norme latinizzanti nelle diocesi già unite e la loro estensione o ridimensionamento nei tempi e modi stabiliti dal Sinodo. L’Arcivescovo Maggiore dei Ruteni degli USA mantenne la sua indipendenza, ma dovette continuare a presenziare al Concilio generale del Patriarcato Ucraino unificato. Venne invece confermata la separazione della Chiesa Melchita da quella Greco Bizantina. Le Chiese Greco Cattoliche, laddove erano costituite in una sola diocesi o provincia insistente nel territorio canonico di una Chiesa Greco Bizantino di rango Patriarcale o Arciepiscopale, furono unite ad essa mantenendo le proprie particolarità (Italia, Bielorussia, Bulgaria, Cina, Giappone). Le province transnazionali greco cattoliche vennero disaggregate e le diocesi vennero inserite nelle giurisdizioni locali, pur mantenendo i loro legami col Papa. I Metropoliti mantennero il loro titolo anche in mancanza del ruolo e continuarono a dipendere direttamente dal Pontefice, pur partecipando alla vita della Chiesa locale. La diocesi mongola greco cattolica venne eretta in Arcidiocesi e divenne autocefala. In ragione di ciò, l’elenco ufficiale delle Chiese Greco Bizantine fu il seguente: Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli; Patriarcati di Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Mosca e tutte le Russie, Serbia, Bulgaria, Romania, Georgia, Ucraina, Americhe; Arcidiocesi di Grecia, Cipro, Santa Caterina sul Sinai, Albania, Macedonia, Montenegro, Ungheria, Boemia, Slovacchia, Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia, Bielorussia, Bessarabia, Cina, Giappone, Gran Bretagna, Italia, Australia. La precedenza dei Patriarchi nella sede di Costantinopoli venne così stabilita: Greco Bizantino, Latino, Armeno. In quella di Gerusalemme fu Giudeo Cristiano, Melchita, Greco Bizantino, Latino, Armeno. L’ordine delle Chiese per precedenza fu così fissato: Latina, Greca Bizantina, Greca Melchita, Copta, Siriaca, Maronita, Giudeo Cristiana, Assira, Caldea, Malabarese, Malankarese, Armena, Etiope.
Gli altri Decreti del Concilio (sui Vescovi, sul Clero, sui Religiosi, sui Laici, sulla formazione del Clero, sulle Canonizzazioni, sul Diritto Canonico, sulle opere sociali e culturali della Chiesa, sul patrimonio ecclesiastico) ricalcavano la legislazione di Giovanni Paolo III. In tale prospettiva, il Concilio Vaticano III divenne il punto di arrivo di tutta l’opera di governo del Papa fino a quel momento. Per impulso del Pontefice, il Concilio promulgò o ripromulgò i libri liturgici greco bizantini e varò un Codice di Diritto Canonico greco, in cui confluì quello Greco Cattolico. Il grande Sinodo confermò la sovranità della Repubblica Monastica del Monte Athos. Alla fine fu promulgato il Decreto di Unione, sottoscritto da tutti i presenti, il cui originale fu deposto sulla Tomba di San Pietro. Sulla base dei canoni promulgati dal Concilio Ecumenico, anche le Chiese Ortodosse che non avevano partecipato al Sinodo aderirono all’Unione. Erano le tre Chiese del Vecchio Calendario, unite in una loro comunione interna con un Patriarca Ecumenico in Sicilia e due Patriarchi in Romania e Bulgaria, e i Vecchi Credenti, uniti con la Chiesa Russa con una propria autonomia. Il Patriarca Ecumenico dei Fedeli del Vecchio Calendario veniva consacrato da quello di Costantinopoli. Si realizzò così la decima unione tra la Chiesa Cattolica e una Chiesa separata, la più importante di tutte, verso cui Giovanni Paolo III fu sempre molto deferente, rispettoso e comprensivo e da cui egli fu profondamente amato e venerato. In genere, gli Orientali, anche precalcedonesi e nestoriani, riconobbero in Giovanni Paolo III un interlocutore serio e affidabile, che fece rinascere in essi la devozione verso la Sede di Pietro. Il Papa mantenne il cardinalato per i Patriarchi di Romania e Ucraina, mentre ammise tutti i Primati delle Chiese Orientali alla Dieta dei Patriarchi e degli Arcivescovi Maggiori quinquennale. Giovanni Paolo III scelse tra i presuli orientali molti Gerarchi per il governo centrale della Chiesa e, sulla base di un apposito canone di deroga che permetteva il transito da un rito all’altro, anche molti Vescovi per diocesi latine.
Il raggio di espansione missionario della Chiesa Greco Bizantino fu enorme: l’Europa Orientale, la Russia, il Caucaso, il Medio Oriente, l’Asia Centrale, la Cina, il Giappone, l’Oceania, l’Africa, le Americhe.
L’unione con la Chiesa Anglicana
L’Unione della Chiesa Cattolica con gli Anglicani fu piuttosto laboriosa. Il Papa si appoggiò al movimento della Chiesa Alta e alle Chiese africane ed asiatiche. Egli, che aveva già sviluppato la Chiesa anglicana cattolica coi suoi ordinariati, se ne servì per trattare con la Comunione Anglicana, ma le concepì come due cose distinte: la prima era una parte della Chiesa Anglicana che si era dissociata per unirsi a Roma con regole proprie, la seconda era un organismo completo che doveva unirsi alla Chiesa Cattolica mantenendo la sua fisionomia. Perciò non mise mai in discussione la sopravvivenza della prima e, quando le trattative divennero perigliose, carezzò il progetto di annettere alla Chiesa Anglicana Cattolica tutte le Chiese anglicane disponibili e di accogliervi anche la Chiesa Alta. Con questo strumento di pressione, le trattative vennero sbloccate e giunsero a conclusione, favorite dagli esiti positivi di quelle con l’Unione di Utrecht e con la Chiesa Ortodossa. Si tennero cinque, battagliatissimi Concili preparatori, nei quali, secondo uno schema predisposto, la Chiesa Anglicana recepì o recuperò le dottrine definite dai Concili cattolici o dai Papi, a seconda se erano state dichiarate dopo o prima dello scisma con Roma. Le questioni più dibattute furono le bioetiche e quella delle ordinazioni. Il Pontefice si impose e, se permise che la nullità matrimoniale del diritto anglicano contemplasse casi non presenti in quello latino, pretese la condanna del divorzio, la dichiarazione di nullità delle ordinazioni femminili e la riconsacrazione dei ministri del culto per interruzione della successione apostolica, anche solo ad cautelam. Gli omosessuali ordinati vennero secolarizzati. I matrimoni del clero conservati, perché contratti prima di una ordinazione valida, ma vietati dopo di essa per il futuro. Le condanne della contraccezione e della fecondazione in vitro vennero mitigate dalle aperture dottrinali dello stesso Giovanni Paolo III. L’aborto, l’eutanasia, l’omosessualità vennero condannate senza appello.
Tali atti vennero ratificati nel Concilio di Unione che si tenne a Walsingham. Ad esso parteciparono tutti i Vescovi della Chiesa Anglicana, quelli della Chiesa Anglicana Cattolica e i rappresentanti degli Episcopati dei paesi in cui esistevano comunità dell’una e dell’altra Chiesa, sotto la presidenza dell’Arcivescovo di Canterbury e del Cardinale Arcivescovo di Westminster, e con la presenza di duecento prelati. La liturgia anglicana e il diritto canonico suo proprio vennero confermati. I libri liturgici e il Codice, per impulso papale, vennero ripromulgati. L’assetto della Chiesa rimase immutato: la Chiesa d’Inghilterra aveva come Primate l’Arcivescovo di Canterbury il quale era anche il Presidente della Comunione Anglicana che, ogni dieci anni, riuniva la Conferenza di Lambeth, i cui poteri erano equiparati a quelli di un Concilio Generale anglicano. I singoli Arcivescovi, Primati delle varie Chiese Anglicane, avevano i poteri dei loro omologhi orientali. L’Arcivescovo di Canterbury aveva i poteri del Patriarca di Costantinopoli, ma in qualità esplicita di delegato papale. Il Re d’Inghilterra conservava il ruolo di Protettore della Chiesa e le prerogative sue proprie, per delega pontificia, anche nei Dominions, ma i governi e i parlamenti vennero esautorati di ogni competenza religiosa. Le Chiese Anglicane conservarono il loro numero di 42 ma vennero tutte equiparate per la presenza di un Arcivescovo Primate. L’ambito della loro espansione missionaria furono Nord America, Africa, Oceania, India.
L’unione con i Luterani
L’unione con i luterani tedeschi ed europei fu la conseguenza della nascita e della diffusione nel mondo protestante di un movimento di rinascita spirituale, volto ad arginare la quasi totale secolarizzazione mediante un ritorno alle origini della cristianità [L’autore immagina che le Chiese protestanti europee vivano un momento di rinascita per un movimento popolare, mirante alla purificazione della fede e all’unione con le altre Chiese]. Una volta che i Vescovi esponenti di questo movimento giunsero ai vertici dell’esausta Chiesa Evangelica Unita di Germania, le proposte di trattative unioniste provenienti, con cautela, da Giovanni Paolo III vennero accettate. Un ruolo di ponte fu svolto dagli Ordinariati personali fondati dal Papa per l’unione a Roma degli Evangelici e costituenti una Provincia ecclesiastica. Si tennero dieci, delicati Concili preparatori. Il primo, tenutosi a Colonia, fu sul trittico Bibbia, Tradizione e Magistero e uniformò il canone luterano a quello greco latino perché più antico, accettò l’idea di Tradizione come forma viva della Scrittura e postulò la necessità di un Magistero come strumento per coordinare il libero esame dei singoli credenti. Il secondo, radunato a Magonza, trattò il tema della giustificazione, che avviene senz’altro per fede, ma implica che essa si concretizzi nelle opere, quali suoi frutti e sua esplicitazione. Esso adottò la soluzione giovanpaolina alla controversia degli ausili e abbracciò un agostinismo moderato nella soteriologia, anche sulla scia del Concilio di Utrecht. La premozione fisica della grazia era per tutti, ma la grazia susseguente era per chi collaborava. Il terzo, convocato ad Amburgo, trattò della Chiesa come Corpo di Cristo Mistico ma reso visibile dalla Comunione Gerarchica, desumendo il concetto dal Vaticano III. Il Primato del Papa fu definito come nel Concilio di Utrecht. Il ruolo dell’Episcopato fu inteso collegialmente come nel Vaticano III. La distinzione tra sacerdozio reale e sacerdozio legale fu calcata sulla nozione del servizio del secondo al primo e, come la sacramentalità del primo scaturiva dal battesimo, quella del secondo fu desunta dall’ordine sacro. Conformemente alla prassi neotestamentaria, le donne furono escluse dagli ordini. Ai chierici fu consentito di sposarsi prima delle ordinazioni maggiori. Il quarto Concilio, adunato a Berlino, aderì alla dottrina dei Sette Sacramenti e della Transustanziazione perché era stata tenuta dalla Chiesa tedesca sin da prima dello scisma. Sancì il principio della Comunione delle due specie per tutti. Il quinto Concilio, celebrato ad Aquisgrana, trattò della mariologia e recepì i dogmi cattolici per le medesime ragioni, mentre definì quelli successivi allo scisma come postulati della dottrina della giustificazione e con un lessico differente. In virtù della sovraeminenza della Vergine, deliberò di tributarle un culto pubblico non latreutico. Il sesto Concilio si adunò a Coblenza e trattò dei Santi, delle Reliquie, delle Icone e del loro culto, da tenersi tuttavia privatamente. Esso fu postulato dai principi della cristologia calcedonese e della soteriologia. Trattò altresì degli Angeli e dei demoni. Il settimo Concilio si tenne a Dresda e trattò dell’escatologia. Il Purgatorio vi fu postulato come conseguenza della soteriologia adottata: la parziale rispondenza alla grazia esige una purificazione dell’inadempiente. L’ottavo Concilio venne convocato a Kiel e trattò le questioni etiche. Le devianze della Chiesa Evangelica e di quella Cattolica furono riprovate. Sulla scorta della Bibbia vennero condannati il divorzio, la contraccezione, la fecondazione artificiale, l’eutanasia, l’omosessualità, il matrimonio omosessuale, le adozioni omosessuali, le teorie di genere, il transessualismo, il transgenderismo, la bisessualità e ogni devianza e perversione erotica. Venne proposta una sintesi dell’etica sociale, politica, economica del cristianesimo. Il nono Concilio si tenne a Lipsia e rinnovò l’esegesi biblica riprovando la Critica delle Forme e condannando la negazione della storicità del testo sacro. Il decimo tracciò la fisionomia della Chiesa Evangelica unita a Roma: retta da un Sinodo primaziale, presieduto per un quinquennio da un Arcivescovo presidente, scelto tra quelli che presiedono le Chiese dei singoli stati tedeschi. Il Concilio lanciò un appello alle altre Chiese luterane permeate dal movimento di rinnovamento: avrebbero potuto aderire ad una Comunione Evangelica Cattolica, in cui la Chiesa primaziale sarebbe stata la tedesca e tutte le altre avrebbero potuto governarsi con un Arcivescovo Primate coadiuvato dal proprio Concilio nazionale. Il Sinodo primaziale tedesco si sarebbe riunito in seduta allargata con i Primati delle Chiese unite ogni dieci anni a Fulda.
L’appello fu raccolto e al Concilio di unione, tenuto proprio a Fulda, parteciparono la Chiesa luterana tedesca, quella svedese, quella norvegese, quella danese, quella finlandese, quella islandese, quella estone, quella lettone, quella austriaca e quella svizzera. Ognuna di queste Chiese, prima di aderire al Concilio di unione, aveva tenuto un proprio Sinodo che spontaneamente aveva ratificato i canoni dei Concili preparatori. Il Concilio di Fulda vide partecipare anche i Vescovi delle Chiese Cattoliche di queste nazioni, arrivando a duecento partecipanti, sotto la presidenza del Presidente del Sinodo tedesco e del Cardinale Arcivescovo di Colonia. Gli atti dei Concili precedenti furono ratificati. Per impulso del Papa, i libri liturgici furono ripromulgati e fu varato un Codice di Diritto Canonico unitario. I Re di Svezia, Norvegia, Danimarca e i Capi di Stato tedesco, estone, lettone, finlandese, islandese e svizzero ottennero il titolo di Protettori della Chiesa e videro confermate le loro competenze, mentre parlamenti e governi furono esclusi dalle questioni ecclesiastiche. La Provincia ecclesiastica degli evangelici cattolici, creata dal Papa per gli Ordinariati personali, venne unita alla Comunione Evangelica Cattolica, mantenendo però la sua speciale dipendenza da Roma. Il Pontefice, a titolo di conciliazione, acconsentì all’annullamento postumo delle censure verso Lutero, rimettendolo al giudizio di Dio.
L’unione con le Chiese Metodista, Battista, Zwingliana, Boema e Presbiteriana
Gli atti dei Concili di Walsingham e di Fulda ebbero molta eco nel mondo riformato, specie laddove il movimento di rinnovamento si era diffuso. Fu così che, in momenti successivi, gli Evangelici, i Metodisti, i Battisti, gli Zwingliani, i Boemi e i Presbiteriani aderirono ai deliberati fuldensi, dopo averne discusso nelle loro assemblee. I dogmi, la disciplina, le norme etiche di Fulda furono recepite e il ministero femminile o omosessuale azzerato. Perciò, quando le Chiese protestanti si avvicinarono a Roma, la loro natura era già cambiata. Gli Ordinariati personali creati dal Papa per i convertiti al Cattolicesimo che avevano voluto mantenere le loro tradizioni fecero da ponte con quelle Chiese.
I Metodisti tennero un Concilio a Boston con la Chiesa Cattolica. Vi parteciparono i rappresentanti delle 62 Chiese metodiste affiliate al Consiglio Metodista Mondiale e degli Episcopati cattolici dei rispettivi paesi, per un totale di trecento prelati, sotto la presidenza del Cardinale Arcivescovo di Boston e del Segretario Generale del CMM. In tale assise i canoni dottrinali di Fulda vennero ripromulgati e il CMM assunse le competenze e il ruolo di un Sinodo primaziale permanente. I Metodisti estesero a tutte le loro Chiese la presenza di un Vescovo, liberamente eletto dai capi delle comunità, ordinati Preti, ma in carica a vita. L’insieme dei Vescovi di una Chiesa nazionale metodista costituiva un Consiglio Nazionale sotto un Primate eletto. Le elezioni episcopali sarebbero state supervisionate dal CMM. La Chiesa Metodista entrò in quella Cattolica come Chiesa Metodista Cattolica, occidentale e di diritto proprio, con una propria liturgia e un proprio diritto codificati, affine a quello anglicano. Il bacino di espansione dei Metodisti coincideva con l’America Settentrionale, l’Oceania e la Gran Bretagna. La Provincia degli Ordinariati Personali preesistente all’unione fu aggregata alla Chiesa Metodista Cattolica ma mantenne la sua dipendenza da Roma e le sue peculiarità.
I Battisti celebrarono coi cattolici un Concilio a Baltimora. Vi parteciparono i rappresentanti delle 140 Unioni o Federazioni affiliate all’Alleanza Battista Mondiale e degli Episcopati dei rispettivi paesi, per un totale di trecento prelati, sotto la presidenza del Cardinale Arcivescovo di Baltimora e del Segretario Generale dell’ABM. Il Concilio ripromulgò i canoni dottrinali di Fulda e l’ABM assunse le competenze di un Sinodo permanente, non primaziale, che riuniva il Congresso battista mondiale quinquennale, equiparato a un Concilio generale. Il battesimo degli adulti ovviamente venne mantenuto e ciascuna delle comunità ebbe un congruo numero di presbiteri e diaconi mentre le Federazioni o Unioni, trasformate in diocesi, ebbero ciascuno un loro Vescovo. Le elezioni episcopali sarebbero state supervisionate dall’ABM. La Chiesa Battista entrò nella Chiesa Cattolica come Chiesa Battista Cattolica, occidentale e di diritto proprio, con una propria liturgia e un proprio diritto codificati. Il suo bacino di espansione furono l’America del Nord e l’Oceania. La Provincia ecclesiastica degli Ordinariati Personali preesistente all’unione fu unita alla Chiesa Battista Cattolica ma mantenne i suoi rapporti con Roma e le sue peculiarità.
Gli Zwingliani celebrarono un Concilio a Zurigo con i cattolici. Vi parteciparono i rappresentanti della Chiesa Riformata Elvetica e i Vescovi della Svizzera, per un totale di 20 prelati, sotto la presidenza del Cardinale Abate di Einsiedeln e del Presidente della Chiesa Riformata. I canoni di Fulda vennero ripromulgati. Le Chiese cantonali mantennero un governo sinodale, presieduto da un Vescovo eletto ed ordinato e formato da presbiteri e diaconi ordinati da lui. I Vescovi cantonali sedevano nel Sinodo primaziale, eleggevano il loro Presidente temporaneo e tenevano le loro riunioni a Zurigo. Le elezioni episcopali erano supervisionate dal Sinodo primaziale. La Chiesa Riformata Elvetica entrò nella Chiesa Cattolica come Chiesa Cattolica Riformata Elvetica, occidentale e di diritto proprio, con una propria liturgia e un proprio diritto codificati, simili a quelli della Chiesa Evangelica Cattolica Unita. Il suo bacino di espansione rimase limitato alla sola Svizzera. La Provincia ecclesiastica degli Ordinariati Personali preesistente all’unione fu unita alla Chiesa Riformata Elvetica ma mantenne i suoi legami con Roma e le sue peculiarità.
I Boemi Riformati tennero un Concilio a Praga insieme alla Chiesa Cattolica, con venti presuli in tutto, sotto la presidenza del Cardinale Arcivescovo di Praga e del Patriarca hussita. Il Concilio ripromulgò i canoni di Fulda. Il Papa, a titolo di conciliazione, annullò gli anatemi postumi per Jan Hus, rimettendolo al giudizio di Dio. Il Patriarcato hussita venne confermato e ottenne, sebbene non fosse orientale, i poteri di un Patriarca indipendente, nel quadro della normativa vigente nella Chiesa Boema. Le diocesi rimasero affidate ai Vescovi eletti ordinati dal Patriarca e coadiuvati da Sinodi in cui sedevano, con competenze diverse, Presbiteri Diaconi e laici. La Chiesa Riformata Boema entrò nella Chiesa Cattolica come Chiesa Cattolica Riformata Boema, occidentale e di diritto proprio. Il Concilio promulgò nuovamente i libri liturgici e stese un nuovo Codice di Diritto Canonico. Il bacino di espansione della Chiesa fu la Boemia, la Moravia e la Slovacchia.
I Presbiteriani riunirono un Concilio a Ginevra coi cattolici. Vi parteciparono i rappresentanti delle 173 Chiese Presbiteriane dell’Alleanza Riformata Mondiale e quelli degli Episcopati locali, per un totale di ottanta Vescovi, sotto la presidenza del Vescovo di Ginevra e del Segretario Generale dell’ARM. I canoni dottrinali di Fulda furono ripromulgati. Il canone quarto insegnava, in aggiunta, che la grazia divina predetermina, suscitandola, la fede, per mera azione divina, alla quale però l’uomo deve cooperare. Il decreto divino prevede chi sarà reprobo e lo ratifica, ma non è responsabile della scelta dell’uomo. Il Papa, a titolo di conciliazione, rimise gli anatemi postumi su Calvino, rimettendone il giudizio a Dio. I quattro ministeri calvinisti vennero trasformati: i Pastori vennero ordinati Vescovi, gli Anziani Presbiteri e i Diaconi ricevettero l’ordine corrispettivo; i Dottori vennero assimilati ai Suddiaconi. Per ogni Congregazione autonoma, il Concistoro permanente era formato dai Vescovi, che lo presiedevano, e dai Presbiteri. I primi erano sempre almeno tre, anche se uno solo di essi era ordinario e gli altri coadiutori. I Vescovi presidenti si sarebbero riuniti nei Concistori nazionali, sotto la guida di un Primate. L’ARM assunse le competenze di un Sinodo primaziale che, ogni cinque anni, riuniva un’Assemblea Generale, equiparata a un Concilio Generale. Le elezioni episcopali dei Concistori sarebbero state supervisionate dall’ARM. La Chiesa Presbiteriana entrò nella Chiesa Cattolica come Chiesa Riformata Cattolica, occidentale e di diritto proprio, con una propria liturgia e un proprio diritto codificati. Il suo bacino di espansione comprese l’America del Nord, l’Oceania e l’Europa centrale. La Provincia ecclesiastica degli Ordinariati Personali preesistente all’unione fu aggregata alla Chiesa Riformata Cattolica, ma mantenne le sue peculiarità e i legami con Roma.
I presidenti pro tempore dei Sinodi cattolici primaziali evangelico, metodista, battista, presbiteriano, zwingliano e il Patriarca boemo vennero ammessi come uditori alla Dieta dei Patriarchi e degli Arcivescovi Maggiori presieduta ogni cinque anni dal Papa e, assieme al Primate della Chiesa Anglicana Cattolica, ebbero una sessione loro propria al termine dell’assemblea.
Quando le trattative per l’unione con l’Alleanza Evangelica Mondiale erano a buon punto, Giovanni Paolo III morì. Lasciò una Chiesa Cattolica che poteva essere considerata un commonwealth, così formata:
- Chiesa Latina
- Chiesa Greco Bizantina
- Chiesa Greco Melchita Cattolica
- Chiesa Copta
- Chiesa Siriaca
- Chiesa Maronita
- Chiesa Giudeo Cristiana – di cui diremo nel paragrafo successivo
- Chiesa Assira
- Chiesa Caldea
- Chiesa Malabarese
- Chiesa Malankarese
- Chiesa Armena
- Chiesa Etiope
- Chiesa Tibetana – di cui diremo nel paragrafo successivo
- Prelatura Personale della Fraternità Sacerdotale di San Pio X
- Unione Cattolica di Utrecht
- Chiesa Anglicana Cattolica
- Comunione Anglicana Cattolica
- Comunione Evangelica Cattolica Unita
- Chiesa Metodista Cattolica
- Chiesa Battista Cattolica
- Chiesa Cattolica Riformata Elvetica
- Chiesa Cattolica Riformata Boema
- Chiesa Riformata Cattolica
- Chiesa Ismaelita – di cui diremo nel prossimo paragrafo
- Chiesa Monastica d’Oriente – di cui diremo nel prossimo paragrafo.
L’azione missionaria
Il pontificato di Giovanni Paolo III coincise con la grande espansione del Cattolicesimo tra i secoli XXI e XXII. Contemporaneo di grandissimi missionari e tra i massimi promotori del Movimento Missionario Ecclesiale, che vide laici e consacrati svolgere opera evangelizzatrice con la preghiera, l’azione e il sacrificio, il Papa coordinò il suo operato con tutti costoro.
A Roma egli riorganizzò la Sacra Congregazione dell’Evangelizzazione dei Popoli. Per ogni area geografica predispose una sezione operativa del dicastero e per ogni religione – ma anche per l’agnosticismo e l’ateismo – approntò commissioni interne di studio che predisponevano i piani missionari adatti ai loro seguaci. Fu il primo Papa nella storia a fare oggetto di missione gli Ebrei, dedicando a tale scopo la sezione missionaria della Pontificia Commissione per gli Ebrei, mentre ai musulmani dedicò la sezione missionaria della Pontificia Commissione creata per loro. Il Presidente delle due Commissioni fu il Prefetto dell’Evangelizzazione dei Popoli. Il Pontefice inoltre fece del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione un Dipartimento autonomo del dicastero delle missioni, con un proprio sottosegretario apostolico, e gli conferì l’incarico di coordinare l’evangelizzazione delle aree secolarizzate di Europa, America e Oceania, trattandole come un luogo di missione. Il raccordo tra i missionari e la Santa Sede fu affidato a dei Visitatori Apostolici permanenti, risiedenti negli Stati da evangelizzare e insigniti dell’immunità diplomatica. Nei paesi dove il cristianesimo era perseguitato il Papa inviò in segreto dei Legati Apostolici ad gentes, dotati dei pieni poteri, inclusi quelli di consacrare Vescovi e determinare i confini delle circoscrizioni canoniche. Giovanni Paolo III scelse moltissimi Visitatori e Legati tra i grandi Santi suoi contemporanei che operavano nelle missioni.
Per reclutare missionari, il Papa lanciò una pastorale vocazionale basata sulla preghiera pubblica e quotidiana della Chiesa per avere da Dio araldi del Vangelo e sull’offerta, da parte di anime elette, delle proprie sofferenze per l’evangelizzazione di tutti i popoli, anime da lui debitamente sensibilizzate. Giovanni Paolo III volle che tutte le diocesi, tutti gli Ordini, gli Istituti, le Congregazioni religiose, le Associazioni laicali dessero missionari alla Chiesa, comprese le famiglie religiose contemplative, per le quali previde una dispensa apposita. Pretese che l’azione missionaria nei paesi da evangelizzare fosse svolta innanzitutto dal clero e dai battezzati locali, concedendo ai Primati e ai Vescovi ampi poteri in materia. Egli poi approvò con entusiasmo le regole di nuovi Istituti religiosi missionari maschili e femminili e di nuove Associazioni laicali missionarie, nate appositamente sotto il suo impulso. Ne nacquero rispettivamente duecentosedici, centoquaranta e trentanove. A Roma, il Papa aumentò il numero delle Pontificie Opere Missionarie, portandole da quattro a dodici, fondandone di nuove (PO dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, del Prezioso Sangue, dei Santi Nomi di Gesù e Maria, della Divina Misericordia, del Bambino Gesù, di San Paolo Apostolo, di San Giuseppe e di San Michele Arcangelo). Alla fine il Papa ebbe a disposizione cinquecentomila sacerdoti, cinquantamila religiosi, duecentomila religiose, due milioni settecento cinquantamila laici e laiche impegnati in missione. Egli rafforzò la posizione economica delle missioni affidando l’amministrazione dei beni della Congregazione e degli istituti dipendenti all’Istituto Opere Missionarie, appartenente al dicastero e al quale tutte le Prefetture e i Vicariati Apostolici affidarono anche i loro beni, pur mantenendone la proprietà.
Per promuovere lo spirito missionario nella Chiesa, Giovanni Paolo III affidò ai Concili locali e ai Primati delle Chiese di diritto proprio ampi poteri in materia. Per preparare la Chiesa all’espansione missionaria, volle che tutti i Sinodi diocesani tenutisi nell’anno [..] fossero dedicati prevalentemente alla missione e che formulassero voti e proposte per quelli annuali provinciali, che a loro volta avrebbero fatto lo stesso per quelli biennali regionali, che dal canto loro si sarebbero comportati ugualmente con quelli quadriennali nazionali, le cui istanze sarebbero state recepite dal Concilio Generale quinquennale latino e da quelli Generali delle Chiese di diritto proprio e dalla sessione ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Celebrato questo, gli impulsi provenienti sarebbero stati recepiti e verificati con un movimento discensivo inverso. Ebbe così compimento un intenso decennio missionario.
La strategia missionaria adoperata era di tre tipi. Accanto alla missione classica, il Papa favorì una evangelizzazione che prendeva le mosse dai servizi sociali e assistenziali offerti dalla Chiesa in loco. Laddove, grazie alla rivoluzione personalista mondiale [L’autore immagina che si sia affermato nel mondo un movimento politico di ispirazione cristiano personalista, al governo in molti stati.
], egli poté contare su governi amici, Giovanni Paolo III impiantò le strutture gerarchiche ecclesiastiche prima ancora che i popoli si convertissero nel loro complesso. Il Pontefice inoltre accettò anche conversioni di massa e inserimenti nella Chiesa di nazioni intere, di solito sancite da grandi riunioni conciliari. Infine, il Papa favorì la caduta di quei governi – comunisti, islamisti, dittatoriali, nazionalisti – che impedivano la missione e perseguitavano i credenti, stringendo alleanze segrete con altre potenze, mentre si appoggiò alle nazioni cristiane, vecchie e nuove, per patrocinare, in stati terzi, la diffusione della fede. Il successo dell’ecumenismo, con l’unione delle Chiese, diede ulteriore impulso alla missione.
La diffusione del Vangelo sotto il papato giovanpaolino avvenne in tre fasi. Nella prima, l’espansione missionaria avvenne in Estremo Oriente, in Bengala, in Africa equatoriale, tropicale, australe, nel Corno d’Africa e in America Latina. Nella seconda, essa avvenne in India, Asia Centrale, Africa sahariana ed America del Nord. Nella terza, il Vangelo si propagò in Medio Oriente, Europa, Africa settentrionale ed Oceania. Egli poté coprirle tutte per il suo lunghissimo pontificato.
Durante la prima fase tutte le nazioni asiatiche coinvolte dal processo di evangelizzazione si convertirono completamente, con l’eccezione del Giappone, in cui la popolazione convertita raggiunse il quaranta per cento. La caduta del comunismo in Cina, Vietnam, Corea del Nord, Laos e Birmania favorì l’evangelizzazione, come l’unione delle Coree, la conversione al Cattolicesimo delle Case regnanti del Siam e del Brunei e la sconfitta armata dei fondamentalisti islamici nelle Filippine e in Indonesia, patrocinata e benedetta dal Pontefice stesso. Il processo di inculturazione fece nascere alcune Chiese Latine di rito e diritto misto (la Sinica, la Nippo-latina, la Mongola) e le due grandi Chiese missionarie del periodo: la Ismaelita – per i convertiti dall’Islam – e la Monastica d’Oriente – per quelli dal Buddhismo. La prima aveva una sua liturgia e un suo diritto, ma dipendeva dal Papa nelle nomine ecclesiastiche. I cinque precetti islamici erano assunti nel Cattolicesimo: Fede in un Dio Unico e Trino; preghiera della Liturgia delle Ore cinque volte al giorno (Lodi, Terza, Sesta, Nona, Vespro); digiuno in Quaresima; elemosina; pellegrinaggio a Gerusalemme. Il clero era uxorato. La seconda, anch’essa con una sua liturgia e un suo diritto e pure dipendente dal Papa per le nomine, aveva la caratteristica di avere tutto il clero regolare, con i Vescovi che erano anche Abati. Il modello seguito era quello dell’antica Chiesa celtica irlandese. I muezzin islamici e i monaci buddhisti furono ammessi agli ordini sacri. All’interno della Chiesa Monastica d’Oriente si formò la Chiesa di rito proprio denominata Tibetana, in seguito alla conversione al Cattolicesimo del Dalai Lama, che assunse il titolo di Supremo Patriarca Universale del Tibet e di Abate Primate, mantenendo la sede nel Gran Pothala. Il sostegno papale alla causa nazionale tibetana favorì la conversione del popolo al Cattolicesimo. Pechino, Shangai, Nanchino, Taipei, Hong Kong, Macao, Canton, Lasha, Seul, Tokyo, Osaka, Manila, Quezon City, Hanoi, Saigon, Vietnae, Bangkok, Pnom Pehn, Rangoon, Dacca, Giacarta, Kuala Lumpur, Ulan Bator, Dili rimasero o divennero sedi cardinalizie.
Sempre nella prima fase, le nazioni africane coinvolte abbracciarono in toto la fede cattolica, favorite dall’unione tra le Chiese cristiane. La nascita del movimento personalista africano, l’appoggio della Chiesa e del Vaticano al panafricanismo, le mediazioni papali nei conflitti interni agli stati e al loro interno, il ruolo della Santa Sede nell’allontanamento dei regimi persecutori e anticristiani mediante alleanze segrete tra potenze (Eritrea, Etiopia, Guinea Equatoriale) l’impegno della Chiesa Romana nella crescita economica e sociale dell’Africa, la sconfitta militare dei fondamentalisti islamici e la sedazione dei conflitti etnici con l’appoggio della Santa Sede (Nigeria, Cameroun, Congo, Centrafrica, Gabon, Kenya, Uganda, Tanzania, Rwanda, Burundi, Madagascar, Comore, Capo Verde, Somalia, Sudafrica), la conversione al Cattolicesimo delle Case Reali del Leshoto e dello Swaziland-Ngwane furono tutti fattori che garantirono il successo dell’evangelizzazione africana. In Africa si affermarono alcune Chiese latine di rito e diritto misto – senegalese, guineiana, ivorese, ghanese, nigeriana, camerunense, congolese, tanzianana, bantu, malgascia e kenyota – e ovviamente la Chiesa Ismaelita. L’unione con la Chiesa Anglicana e con quella Etiopica, di cui diremo, e l’azione missionaria degli Anglo Cattolici nei paesi anglicani diedero un impulso ulteriore all’evangelizzazione. La Chiesa Etiope si rafforzò nel Corno d’Africa. Dakar, Conakry, Accra, Abidijan, Lagos, Abuja, Yaoundè, Libreville, Brazzaville, Kinshasa, Lumumbashi, Bangui, Kampala, Nairobi, Dar es Salam, Dodoma, Kigali, Bujumbura, Kisangani, Tananarive, Luanda, Windhoek, Maputo, Città del Capo, Mogadiscio, Asmara, Addis Abeba e Axum rimasero o divennero sedi cardinalizie.
Ancora nella prima fase, l’evangelizzazione si completò del tutto in America Latina, non solo battezzando i popoli del bacino amazzonico, ma respingendo le Chiese protestanti e recuperando terreno rispetto agli atei e ai non praticanti. L’impegno vaticano per la soluzione dei conflitti tra stati e al loro interno, l’impegno per lo sviluppo sociale ed economico dell’area da parte della Chiesa, il ruolo della Santa Sede nell’allontanamento dei regimi comunisti (Venezuela, Nicaragua, Cuba) e nella modifica delle costituzioni anticristiane (Messico), la nascita del movimento personalista e di quello panamericano latino, la sconfitta della teologia della liberazione e la dispersione del partito del Patto delle Catacombe, l’estromissione delle multinazionali e degli USA[L’autore immagina un declino dell’influenza globale anglosassone] dall’area per impegno anche del Papa favorirono la diffusione del Vangelo. Nacquero alcune Chiese latine di diritto e rito misto, le cosiddette amerinde, in Amazzonia, Patagonia e Messico. Città del Messico, Guadalajara, Puebla, Monterrey, Merida, Città del Guatemala, Tegucigalpa, Managua, San Salvador, L’Avana, Port au Prince, Santo Domingo, Caracas, Maracaibo, Brasilia, Rio de Janeiro, San Paolo, Manaus, Belem, Bogotà, Medellin, Quito, Lima, Arequipa, La Paz, Santiago, Antofagasta, Asuncion, Montevideo, Buenos Aires, Rosario, Cordoba, San Miguel de Tucuman rimasero o divennero sedi cardinalizie.
Nella prima fase, oltre ai Concili nazionali dei paesi di missione, si tennero importanti Sinodi missionari internazionali, a Hong Kong, Pechino, Singapore, Bangkok, Dakar, Yamoussoukro, Lagos, Kinshasa, Nairobi, Axum, Pretoria.
Nella seconda fase dell’espansione missionaria, la popolazione cattolica dell’America del Nord, contando anche i cristiani unitisi a Roma, raggiunse la metà di quella di tutto il subcontinente. Il declino del mondialismo e del pensiero massonico ed esoterico, lo sviluppo del movimento personalista americano, la sconfitta del progressismo radicale e cattolico, la fine del pensiero marxista sessantottino, la crisi del socialismo fabiano, il drastico ridimensionamento del potere politico e mediatico dell’alta finanza [L’autore immagina la fine del modello mondialista come programma di riferimento della politica americana, un declino del pensiero massonico, un ridimensionamento delle grandi famiglie del capitalismo Usa] favorirono lo sviluppo del Cattolicesimo. Il numero dei praticanti raggiunse il sessanta per cento dei battezzati, quello degli atei scese ad un quinto, quello degli agnostici ad un quarto, mentre i movimenti religiosi alternativi, i gruppi satanisti e i templi massonici pubblici scomparvero. New York, Washington, Boston, San Francisco, Los Angeles, Chicago, Pittsburg, Detroit, Baltimora, Montréal, Ottawa rimasero o divennero sedi cardinalizie.
Ancora nella medesima fase, l’Africa sahariana abbracciò completamente la fede cattolica. L’evangelizzazione fu favorita dall’impegno della Chiesa nella soluzione dei conflitti interni agli stati e tra di loro e nel sostegno alle attività sociali e caritative, dallo sviluppo del movimento personalista e di quello panafricano, appoggiati dal Papato, dalla sconfitta militare dei fondamentalisti islamici (Mali, Niger, Burkina Faso) e la sedazione dei conflitti etnici (Ciad, Sudan del Sud, Darfour) patrocinata dalla Santa Sede, dalla caduta da essa patrocinata dei regimi persecutori (Sudan del Nord, Mauritania), dall’indipendenza del Sahara Occidentale in duplice monarchia col Marocco sostenuta dal Papato e dal declino dell’Islam diviso in tante scuole. In quella fascia continentale si diffuse la Chiesa Ismaelita, accanto a quella Latina, e quella Copta, la Melchita e la Greco Bizantina in Sudan. El Aajun, Nouackhott, Bamako, Niamey, Ouagadougou, Ndjamena, Kharthoum, Giuba, Nyala rimasero o divennero sedi cardinalizie.
Nel medesimo periodo, in Asia aderirono completamente al Cristianesimo la Siberia, l’Asia Centrale, l’Afghanistan, il Pakistan, lo Sri Lanka, le Maldive, mentre il sessanta per cento della popolazione indiana, il quaranta di quella nepalese e il venti di quella del Buthan divennero cattolici. Lo sviluppo del movimento personalista, lo sviluppo economico e sociale, il ruolo del Papato nella composizione di conflitti tra stati e intrastatuali e nelle opere socio caritative, il dialogo interreligioso, il declino dell’Islam e del nazionalismo indù, la parziale secolarizzazione delle culture tradizionali indiane, la sconfitta armata degli integralisti islamici e indù patrocinata anche dal Papato, la caduta di regimi persecutori (Afghanistan, Nepal, Buthan, Pakistan) anche per l’impegno della Santa Sede con stati terzi, l’estensione dell’influenza della Chiesa Russa favorirono l’evangelizzazione. Sorsero alcune Chiese latine di rito e diritto misto (Indo latina e Latino sikh), si espansero la Chiesa Ismaelita, la Monastica di Oriente, la Malabarese e la Malankarese, ma anche la Greco Bizantina Russa. Samarcanda, Karachi, Nuova Dehli, Bombay, Calcutta, Goa, Kabul, Colombo, Kakkanad e Trivandrum rimasero o divennero sedi cardinalizie.
Nella seconda fase, oltre ai Concili nazionali dei paesi di missione, si tennero importanti Sinodi per l’evangelizzazione in Mayaddya, Goa, Calcutta, Karachi, Astana, Petropavlovsk, Timbouctù, Karthoum, New York, Denver, Dallas, Springfield, Ottawa.
Nella terza fase dell’evangelizzazione si completò la nuova evangelizzazione, o rievangelizzazione, dell’Europa e dell’Oceania. Nel Vecchio Continente l’unione delle Chiese, il declino del mondialismo, la fine dell’influenza politica e culturale dell’alta finanza globalista, la decadenza dell’estremismo liberal radicale e social comunista, la drastica contrazione della massoneria e della cultura esoterica, la sconfitta del pensiero marxista sessantottino, la decadenza del socialismo fabiano, il disfacimento e la riorganizzazione dell’Unione Europea [L’autore immagina la fine dell’Europa finanziaria e la nascita di una confederazione basata sulle radici greco romano cristiane del continente], la diffusione del movimento personalista cristiano, l’ingresso nella vita sociale dei migranti cristiani di origine extraeuropea, il ruolo socio culturale della Chiesa, il movimento paneuropeo di ispirazione cristiana, la pacificazione con la Russia, la mediazione tra stati in conflitto e all’interno di essi per opera del Papato, il suo fattivo appoggio all’allontanamento dal potere di gruppi laicisti favorirono la nuova cristianizzazione. L’ingresso nella Chiesa Cattolica di tutte le Case Regnanti europee diede anch’esso un buon contributo. In Europa si affermò esclusivamente il Cristianesimo, anche nelle appendici asiatiche della Russia, mentre le altre religioni scomparvero. Anche gli Ebrei entrarono nella Chiesa Giudaico Cristiana, mentre i popoli di tradizione islamica entrarono in quella Ismaelita. Il numero dei praticanti raggiunse la percentuale del sessanta per cento, mentre quello degli atei scese ad un quinto e quello degli agnostici ad un quarto. Per ragioni analoghe avvenne l’affermazione esclusiva del Cristianesimo in Oceania. Qui si formarono alcune Chiese latine di rito e diritto misto, le cosiddette oceaniane (Polinesiana, Micronesiana, Melanesiana, Papuasica). Milano, Venezia, Torino, Genova, Bologna, Palermo, Firenze, Vienna, Praga, Budapest, Bratislava, Lubjana, Einsiedeln, Spalato, Zagrabria, Sarajevo, Alba Julia, Tirana, Kiev, Varsavia, Cracovia, Lodz e Poznan, Vilnius, Lund, Colonia, Magonza, Monaco, Amsterdam, Bruxelles, Parigi, Lione, Bordeaux, York, Westminster, Walsingham, Edimburgo, Dublino, Madrid, Toledo, Barcellona, Lisbona, Sydney, Port Moresby, Auckland, Honiara, Apia rimasero o divennero sedi cardinalizie.
Sempre nella terza fase missionaria, entrarono nella Chiesa tutti gli stati dell’Africa del Nord e del Medio Oriente. Alcuni di essi non ebbero una cristianizzazione completa: l’Arabia Saudita ebbe il quaranta per cento dei suoi sudditi battezzati, le monarchie del Golfo l’ottanta, Israele il quaranta dei suoi cittadini ebrei. Le ragioni del successo missionario furono favorite dal ruolo attivo della Santa Sede nella pacificazione dentro e tra gli stati, nel suo appoggio alla causa palestinese e curda, nel suo impegno nel rovesciamento dei regimi persecutori con l’aiuto di stati terzi (Palestina, Iran, Turchia, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi, Bahrein, Qatar, Algeria, Tunisia) e nella lotta armata contro gli estremisti islamici e i tribalismi (Algeria, Egitto, Libia, Siria, Iraq, Yemen), nell’impegno sociale della Chiesa, nella diffusione del movimento cristiano personalista e del panarabismo cristiano, nel rafforzamento dell’ebraismo messianico, nella caduta della dinastia saudita e nell’ingresso nella Chiesa delle Case regnanti del Golfo. In questo contesto, si affermò la Chiesa Ismaelita ed ebbero una vertiginosa crescita le Chiese orientali antiche: in Egitto la Chiesa Copta, in Siria la Siriaca, in Curdistan e Iran l’Assira, in Turchia la Greco Bizantina, in Irak la Caldea, in Giordania la Melchita, in Libano la Maronita, in Israele la Giudeo Cristiana. Rabat, Cirta, Cartagine, Cirene, Alessandria d’Egitto, Gerusalemme, Antiochia di Siria, Seleucia Ctesifonte, Tarso, Babilonia, Isfahan, Aden, Mascate rimasero o divennero sedi cardinalizie.
Importanti Concili missionari, oltre a quelli nazionali, si tennero a Milano, Bruxelles, Fulda, Cracovia, Toledo, Westminster, Uppsala, Riga, Budapest, Canberra, Apia, Cartagine, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Efeso, Baghdad.
A fronte della crescita esponenziale della popolazione terrestre, favorita dall’uso delle tecnologie di terraformazione, dei composti sintetici per la fertilizzazione, delle energie per l’induzione dello sviluppo dei biomi [L’autore immagina uno sviluppo tecnologico che ampli le aree ecumeniche e le risorse disponibili per la popolazione globale], a fronte di tredici miliardi di terrestri, dieci divennero cristiani e nove erano uniti a Roma. In seguito alle grandi migrazioni – dall’Estremo Oriente all’Australia, dalla Cina e dall’India all’Asia Centrale e alla Siberia, dall’Africa mediterranea ed equatoriale al Sahara, dal Sudafrica al Kalahari, dall’America Latina a quella Settentrionale – Giovanni Paolo III portò a 12000 le diocesi in Asia, a 8000 quelle in Africa, a 5000 quelle in America Latina, a 1500 quelle in America del Nord, a 3000 quelle in Europa, a 1000 quelle in Oceania e ne fondò 1000 in Antartide, dove la popolazione arrivò già battezzata, dopo l’eliminazione dei ghiacci per il processo di terraformazione.
A conclusione del grande processo di evangelizzazione, Giovanni Paolo III, quasi nonagenario, convocò un nuovo Concilio Ecumenico, il VI Lateranense. L’assise doveva celebrare la grande espansione della Chiesa. Ad esso parteciparono i Cardinali, i Patriarchi, gli Arcivescovi Maggiori, i Primati delle Chiese di diritto proprio, i Metropoliti Maggiori e, in oloconferenza, i Metropoliti, gli Ordinari, gli Ausiliari, i Coadiutori, i Prelati Personali, gli Esarchi, i Vicari e i Prefetti Apostolici, i prelati centrali e periferici della Curia Romana, della Corte Pontificia, dello Stato della Città del Vaticano, del Vicariato di Roma, i Superiori Generali e Provinciali degli Ordini Religiosi maschili e femminili, gli Abati e le Badesse, i Presidenti delle Associazioni di Apostolato di Azione Cattolica, delle Associazioni politiche, culturali e sociali cattoliche, i Cancellieri e i Rettori di Università, i Presidi delle Facoltà teologiche e canoniche, gli Arcidiaconi e i Presidenti dei Consigli dei Consultori. L’enorme assemblea prese alcune decisioni. Innanzi tutto istituì otto sedi patriarcali ismaelite (Instanbul, Damasco, Gerusalemme, Baghdad, Il Cairo, Cartagine, Giacarta, Nuova Dehli) e una della Chiesa Monastica d’Oriente (Bangkok); poi fondò un Patriarcato Latino in Cina; indi, a fronte dell’enorme diffusione dell’Episcopato, il Papa nel Concilio decise di fondare dodici Vicariati Apostolici a cui demandare le istruttorie previe di tutte le questioni amministrative riservate alla Santa Sede nel loro territorio, comprese le nomine dei Vescovi. I Vicariati, ripresi come istituzioni dal Tardo Antico, furono quello del Patriarcato di Alessandria d’Egitto dei Latini per l’Africa, del Patriarcato di Costantinopoli dei Latini per il Medio Oriente, del Patriarcato delle Indie Orientali dei Latini per l’India, del Patriarcato di Pechino dei Latini per la Cina, del Patriarcato di Bangkok della Chiesa Monastica di Oriente per l’Indocina, dell’Arcidiocesi di Giacarta per l’Indonesia e la Malesia, dell’Arcidiocesi di Sidney per l’Oceania e l’Antartide, dell’Arcidiocesi di New York per l’America del Nord, dell’Arcidiocesi di Città del Messico per il Messico la Mesoamerica e le Antille, dell’Arcidiocesi di Bogotà per l’America Latina settentrionale, dell’Arcidiocesi di Buenos Aires per l’America Latina Meridionale, dell’Arcidiocesi di Rio de Janeiro per il Brasile. Il Concilio confermò e precisò le particolarità liturgiche e canoniche delle Chiese nate nei paesi di missione e i confini delle loro giurisdizioni ecclesiastiche. L’assemblea tenne in un anno quattro sessioni, sedici congregazioni generali, promulgò centoquarantaquattro canoni e si sciolse.
Il dialogo interreligioso e coi non credenti.
Giovanni Paolo III dichiarò che la prima missione della Chiesa è l’evangelizzazione, la seconda l’unione dei cristiani e la terza, legata al contesto storico, il dialogo interreligioso, inteso come condizione di pacifica convivenza e prodromo della evangelizzazione. Tramite la Sacra Congregazione per il Dialogo interreligioso e coi Non credenti, il Papa tenne relazioni con tutte le confessioni religiose organizzate e con le associazioni laiche non anticristiane. Tramite le Pontificie Commissioni per gli Ebrei e per i Musulmani e le rispettive sezioni per il dialogo, le tenne con quelle due confessioni. I rappresentanti papali ebbero lo status diplomatico e quelli accreditati se lo videro riconoscere. Presso gli Ebrei vennero accreditati i Protosincelli, presso i Musulmani i Deuterosincelli e presso le altre confessioni i Sincelli (buddhismo, confucianesimo, taoismo, induismo, lamaismo, giainismo, sikh, shintoismo, zoroastrismo). Ogni tre anni Giovanni Paolo III presiedette o fece presiedere incontri ufficiali di preghiera interreligiosi, così come ogni anno fece per gli incontri di preghiera pancristiani per l’unità dei cristiani alla fine della settimana di preghiera. Presso le grandi associazioni laiche e presso la massoneria, comprese la Gran Loggia d’Inghilterra e la Bnai Brit, il Pontefice inviò i Nomenclatori, anch’essi con lo status diplomatico, e ne ricevette i rappresentanti permanenti. Nomenclatori vennero accreditati anche presso altri ordini esoterici disponibili a relazionarsi con la Chiesa, come i Rosacroce.
Il Pontefice dichiarò che le relazioni interreligiose e con i non credenti non erano assolutamente una legittimazione di irenismo e sincretismo, come non erano un permesso per entrare nelle società segrete, per i cui membri battezzati rimase in vigore la scomunica, che diventava secolarizzazione per gli ecclesiastici. Servivano tuttavia a conoscere un mondo spesso ostile. Giovanni Paolo III non esitò, del resto, a denunciare le discriminazioni degli ebrei verso i cristiani, le persecuzioni dei musulmani, degli indù e dei buddhisti, come i complotti della massoneria contro la Chiesa. Dichiarò poi esplicitamente che nessuna legittimazione poteva esserci nei confronti del satanismo, sui cui membri scagliò la scomunica maggiore e che invitò gli stati a proibire. Il Papa ottenne un importante successo quando la Bnai Brit e la Gran Loggia parteciparono alla preghiera interreligiosa.
