Respirare la preghiera. A margine di un incontro con Marco Guzzi

di Luigi Finocchietti                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             Verso la fine dello scorso mese di agosto con l’intera famiglia abbiamo partecipato a un gioioso incontro nazionale della fraternità laica delle Francescane Missionarie di Maria, tenutosi nella splendida cornice della casa S. Rosa di Grottaferrata.

Darsi pace

L’evento è stato arricchito da un seminario tenuto dal prof. Marco Guzzi dedicato al tema dell’amore e del matrimonio a partire dall’Amoris laetitia, l’Esortazione Apostolica post-sinodale di Papa Francesco del 19 marzo 2016.

Marco Guzzi è un poeta e un filosofo che ha all’attivo molte pubblicazioni (soprattutto comparse in una collana da lui diretta e denominata ‘Crocevia’, presso le edizioni Paoline) dedicate alla riflessione su un nuovo tipo di umanità che deve sopraggiungere in risposta alla grande crisi che il mondo contemporaneo sta attraversando. Più in generale (ma non è questo l’argomento qui trattato…) il suo pensiero s’inserisce in un ampio dibattito filosofico sorto intorno alla crisi dell’Umanesimo storico (e quindi non solo cristiano e personalista) e all’interrogazione sulle condizioni dell’uomo e sul suo destino.

La proposta di Guzzi ha portato alla creazione di un movimento culturale, denominato “Darsi pace”, che si esprime attraverso Gruppi di liberazione interiore (dal 1999); si tratta di un percorso di liberazione dall’odio e di rinascita nella pace da proporre a tutta l’umanità, e che passa attraverso l’esperienza di vita cristiana; un’esperienza pluriennale che è presentata come una sorta di nuovo itinerario iniziatico cristiano, non solo di tipo spirituale, ma anche psicologico, culturale e nella dimensione della vita sociale e politica.

Nella parte finale delle mattinate a Grottaferrata e negli incontri pomeridiani seguiti al seminario intensivo, Marco Guzzi ha avviato l’uditorio alla scoperta del metodo che è alla base dei Gruppi di liberazione interiore. Tutto ciò partendo da buoni presupposti che però oggi più che mai sembrano quasi impossibili da realizzare, ovvero la necessità di amare se stessi e svuotarsi dai pensieri per poi aprirsi umilmente allo Spirito Santo.

Modificare il proprio stato è darsi pace, successivamente sopraggiunge in noi lo Spirito Santo. Meditare è divenire presenti dinanzi a Dio, e per fare questo l’autore propone vari livelli di abbandono nei quali confluiscono elementi della psicologia del XIX e XX secolo, le tecniche della meditazione tipiche delle grandi religioni non cristiane dell’estremo oriente, ma anche di parte  della tradizione patristica e monastica dei primi secoli della Chiesa, caratterizzanti il cristianesimo delle origini, sia orientale sia occidentale.

La meditazione, come ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica (20705-2078), è una delle espressioni della preghiera e si può praticare con vari metodi, come ad esempio la lettura, il pensiero, etc… La meditazione attraverso la respirazione diventa preghiera liberando l’io da tutti i rumori del mondo esterno per fare spazio alla consapevolezza della propria presenza spirituale davanti a Dio.

Queste esperienze, nelle quali confluiscono vecchi e nuovi strumenti utili allo sviluppo della nuova evangelizzazione, sono testimoniate da Marco Guzzi attraverso (giova ricordarlo) un chiaro percorso di fede costantemente sostenuto dalla lettura delle Sacre Scritture e dei testi della Patristica e del Magistero della Chiesa Cattolica. Ciò che colpisce e desta interesse è il suo rivolgersi, in maniera legittimamente creativa, a tradizioni teologiche e filosofiche altre rispetto al percorso (sempre luminoso) del tomismo e della neoscolastica, come ad esempio quella rappresentata dagli scritti del teologo Romano Guardini.

Ma questa come già detto non è l’unica forma di meditazione cristiana possibile.

Fuggi, taci, riposa       

Già nelle prime esperienze dei monaci e dagli eremiti cristiani che popolavano il deserto egiziano durante la tarda antichità si assegnava una particolare importanza al corpo e alle posizioni corporee nella preghiera e nella vita spirituale.

Il termine Esicasmo – che proviene dal greco hesychìa che significa calma, pace, assenza di preoccupazione – indica una corrente della spiritualità cristiana orientale che persegue l’unione con Dio attraverso il silenzio, uno stato di pace profonda del cuore, e la preghiera incessante.

La tradizione vuole che Abbà Arsenio, uno dei padri degli anacoreti vissuto tra il IV e il V secolo d.C., alla sua preghiera rivolta a Dio per ottenere una risposta in merito alla sua ricerca di una vita sensata e in merito a quale fosse il giusto cammino per la salvezza ebbe a udire una voce che gli diceva: Fuge, tace, quiesce.

L’esichia quindi ci appare quindi come una fuga dagli uomini, un percorso di maturazione nel silenzio, e un processo di pacificazione che parte prima di tutto dal corpo per poi approdare (non senza fatica) all’anima.

Naturalmente possiamo immaginare vari livelli di comprensione e di immersione nella verità di queste parole e nella pratica spirituale che ne consegue.

Enzo Bianchi, nel capitolo dedicato alle vacanze del suo libro intitolato “Ogni cosa alla sua stagione”, a questo proposito così scrive:

[Fuge] Oggi tutti sono così occupati, tutti corrono, nessuno ha mai tempo, fino al punto che dire a uno che è molto occupato è fargli un complimento, è un modo per farlo sentire importante (…) prendere le distanze dal lavoro, significa dimostrare – a se stessi, innanzi tutto – che non siamo alienati e divorati dal vortice delle cose da fare, ma che sappiamo anche riposare.
[Tace] Tutti dicono di volere il silenzio anche se poi, una volta faticosamente raggiunto, questo incute paura, desta angoscia come se fosse vuoto, assenza (…). Il silenzio ci insegna a parlare, ci aiuta a discernere il peso delle parole, porta a interrogarci su quanto abbiamo detto o sentito: nessun mutismo, ma quel silenzio che restituisce a ogni parola un significato, che impedisce ai suoni di diventare rumori, che trasforma il “sentito dire” in ascolto.
[Quiesce] “Trova la quiete!” Rappacificarsi è esito del distacco e del silenzio, ma è anche un atteggiamento che va assunto consapevolmente; il riposo ha qui il suo significato primario di rinfrancarsi dalle fatiche, ma per essere autentico non può mai separarsi dal trovare la calma e la pace e dal cercare la riconciliazione: tra noi e la nostra vita, tra noi e i nostri enigmi, tra noi e gli altri.

Philokalia

Una forma molto utilizzata di preghiera esicasta è la ‘preghiera di Gesù’, o ‘preghiera del cuore’. Nella tradizione ortodossa (mentre nella Chiesa d’occidente si andava gradualmente perdendo), infatti, è stata valorizzata una forma di meditazione e preghiera basata sul ritmo del cuore e la respirazione, sviluppata al fine di essere presenti a se stessi e per porsi più consapevolmente alla presenza di Dio. Quindi non per svuotarsi e poi fare spazio allo Spirito, ma per pregare associando il corpo all’intelletto fino al raggiungimento dell’unione con Dio nella pratica contemplativa.

In occidente questa pratica è stata resa celebre grazie ai “Racconti di un pellegrino russo”, trascrizione di un testo anonimo del monte Athos, pubblicati nella seconda metà del XIX secolo. Ecco l’incipit:

Per grazia di Dio sono cristiano, per le mie azioni un grande peccatore, per condizione un pellegrino senza dimora e del genere più umile, che vaga da un luogo all’altro. Tutti i miei averi consistono in una bisaccia di pan secco sulle spalle, e la Sacra Bibbia sotto la camicia. Nient’altro. Durante la ventiquattresima settimana dopo il giorno della Trinità entrai in chiesa durante la liturgia per pregare un po’; stavano leggendo la pericope della lettera ai Tessalonicesi di san Paolo, in cui si dice: «Pregate incessantemente» (1Ts 5,17). Questa massima mi si fissò particolarmente nella mente, e incominciai dunque a riflettere: come si può pregare incessantemente, quando per ogni uomo è inevitabile e necessario impegnarsi anche in altre faccende per procurarsi il sostentamento?

In effetti il problema è di vecchia data: come è possibile pregare incessantemente senza tralasciare le esigenze del corpo? È qui che entrano in gioco la tradizione monastica, la Grazia di comprendere l’amore per la vera bellezza (la Filocalia), e la “preghiera di Gesù” o “preghiera del cuore”, e si tratta in tutti i casi di un processo graduale.

Questa preghiera consiste nell’invocare incessantemente il nome divino di Gesù Cristo utilizzando solitamente l’invocazione Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me, ma anche altre parole scelte liberamente che permettano di pregare con le labbra, il cuore e la mente. Si tratta di un tipo d’invocazione che può generare uno stato di pace del corpo e dell’animo così tale da accedere (alla fine di un percorso di ascesi ostacolato sopra ogni cosa dalla nostra innata tendenza alla distrazione) a una pratica di preghiera permanente, che si protrae anche nelle ore del sonno!

Il nostro Pellegrino russo è arrivato a questo stadio attraverso l’esperienza della ripetizione e della presenza di se stesso al corpo attraverso la respirazione e il battito del cuore.

L’importanza della ripetizione d’altronde è all’origine anche della tradizione del Rosario, così come codificata nel medioevo da San Domenico di Guzman.

La preghiera dell’abbandono

Don Dolindo Ruotolo è stato un santo dei nostri giorni, dimenticato e ora provvidenzialmente ritrovato.

Nella vasta opera di apostolato letterario di questo sacerdote e terziario francescano napoletano, per un periodo padre spirituale di San Pio da Pietrelcina, vi è un testo che prende il nome di Atto di abbandono a Gesù, nel quale il Cristo stesso invita a non lasciarsi tentare dal pensiero del futuro che non è nelle nostre mani, e a non farsi opprimere dall’ansia, ma di abbandonarsi con cieca e completa fiducia al suo Amore.

L’invocazione finale, se ripetuta contrapponendo al ritmo di un pensiero agitato un completo abbandono del cuore, si presenta come uno strumento potente di consolazione, gioia e speranza, soprattutto in questi nostri tempi dominati dalla pretesa auto-distruttiva di voler controllare ogni singolo aspetto della nostra vita:

O Gesù mi abbandono in Te, pensaci tu.

 

Immagine: Eremo Il Mulino. Gargano, località Pulsano.

 

Leggi anche il racconto: “Mauro Logici e l’esordio alla vita”

 

Sitografia 

www.marcoguzzi.it

www.darsipace.it

http://www.dolindo.org/

Webliografia

La recensione del Cardinale Ravasi a un’opera poetica di Marco Guzzi

Video con un esempio di questa tecnica di meditazione

Canale youtube darsi pace

http://www.treccani.it/enciclopedia/esicasmo/

Enzo Bianchi, Fuge, Tace, Quiesce, tratto da Ogni cosa alla sua stagione, Einaudi editore, 2010.

http://www.monasterodibose.it/fondatore/audio/9602-estate-fuge-tace-quiesce

L’esicasmo e la preghiera del cuore sul sito www.ortodoxia.it

Atto di abbandono a Gesù di Don Dolindo Ruotolo

 

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