Tutto ciò che è meravigliosamente inutile

di Luigi Finocchietti                                                                                                                             

Questo non vuole certo essere un tentativo di giustificare l’ostinata sopravvivenza nella cultura occidentale, e soprattutto italiana, di tutte quelle attività accusate di essere inutili in quanto non producono effetti immediati e tangibili nella vita materiale, nelle abitudini tecnologiche, in ambito sanitario e nel patrimonio delle persone, anzi.

Vorrei invece tessere un breve e appassionato elogio di questa inutilità, meravigliosa di per sé, senza bisogno d’imbarazzate giustificazioni.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica nel paragrafo dedicato alle obiezioni che si oppongono alla pratica della preghiera (2727) , afferma tra l’altro: “Dobbiamo anche affrontare alcune mentalità  di « questo mondo »; se non siamo vigilanti, ci contaminano, per esempio: […] i valori della produzione  e del rendimento (la preghiera, improduttiva, è dunque inutile)”.

Pregare oltre ad essere una pratica spirituale è un atto di amore, e anche un atto di conoscenza, ma non ci si meraviglia molto del fatto che non rientri negli ambiti d’interesse degli approcci razionalisti e relativisti di una parte importante della cultura moderna.

Ciò che sorprende invece è constatare come questo punto di vista, ovvero del sentimento d’inutilità e improduttività, coinvolga anche una parte consistente delle discipline del sapere per lo più definite umanistiche, ovvero tutte quelle che hanno a che fare in linea generale con gli studi storici e filosofici, critico-letterari, storico-artistici, musicali, etc…

Più recentemente inoltre il fenomeno ha cominciato a riguardare anche gli studi delle cosiddette scienze dure, come ad esempio la matematica o la fisica in cui si ha a che fare con i principi teorici di base, gli stessi necessari peraltro allo sviluppo di tutte quelle applicazioni tecnologiche, economiche e informatiche di cui riconosciamo tutti l’importanza ma che molti stentano a considerare come superiore e privilegiato campo del sapere.

Dobbiamo cominciare a pensare quindi, per discutere serenamente sugli effetti di questo tipo di mentalità, che forse il problema non sia l’inutilità, ma il senso che diamo a questo concetto.

Cosa può esserci di più bello infatti del trascorrere le giornate nel pensiero, nello studio e in attività pratiche che fanno stare bene anche e perché sono semplicemente belle, che danno un oggettivo piacere all’intelletto per il solo fatto di creare, connettere, sperimentare concetti e oggetti che magari interesseranno solamente alcune anime sensibili, e magari solamente cento anni dopo; ma può anche essere che l’influenza sarà di ben altra portata sugli sviluppi del mondo, anche se ben pochi saranno disposti a riconoscerlo, ma va bene così. Ne vale dunque la pena?

Ebbene, si può fare tutto questo vivendo onestamente, senza avere nessun senso di colpa, senza essere trascinati dall’ambizione di avere un ruolo in progetti ai quali non si crede, e con la sola aspirazione a fare bene tutto ciò per cui si ritiene di avere talento e passione?

La necessità è quindi quella di un vibrante appello pubblico, rivolto a tutti.

Per scoprire definitivamente le carte bisognerebbe sollecitare, ad esempio in ambito accademico, la creazione ufficiale di dipartimenti ‘di scienze dell’inutile’, con corsi specifici dedicati alla ‘storia dell’inutile’, alla ‘epistemologia dell’inutile’, a seminari psicanalitici e a laboratori che addestrino gli studenti a dedicarsi completamente alle discipline dell’inutile e ai loro sviluppi pratici, sempre che risultino naturalmente della più grande inutilità.

Sono convinto che come conseguenza di questa piccola rivoluzione  a breve o a medio termine comincerebbe a delinearsi nelle nostre società anche un mercato dell’inutile, all’inizio nella più totale clandestinità, per poi uscire alla luce gradualmente sino a creare il paradosso sconvolgente di dover dare una patente di utilità a un insieme di attività che hanno suscitato entusiasmo proprio in quanto inutili.

Ma così stando le cose le regole del gioco si complicherebbero, e non poco.

A quel punto potremmo renderci conto che non è l’una o l’altra disciplina del sapere a essere più o meno utile, ma è il grado di commerciabilità che in ogni epoca tendiamo loro ad assegnare a renderle più o meno influenti. Detto questo si potrà arrivare all’assurdo di una società in cui magari i filosofi o i poeti verranno cercati e contesi anche sui pubblici mercati, come maestri di pensiero, insegnanti o addirittura come amministratori della cosa pubblica (o forse è già successo…).

In conclusione, sarebbe auspicabile la nascita di un novello Erasmo da Rotterdam, una sorta di umanista della prima ora ma immerso nella salsa dell’ormai declinante post-modernità, che riuscisse nella beneaugurata impresa di scrivere una sorta di manuale di sopravvivenza dal titolo: “Elogio dell’inutile. Ovvero come resistere al mondo dedicando la propria vita a tutto ciò che è meravigliosamente inutile”!

(Immagine: “Progresso”, di Patrizia Iervolino, 2008)

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